Pubblichiamo qui di seguito l’interessante intervento che don Nicola Colatorti ha fatto lunedì scorso, festa patronale di San Nicola da Tolentino, a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi.

Modugno, 26 settembre: don Nicola interviene a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi della città

Modugno, 26 settembre: don Nicola interviene a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi della città

A parte la considerazione che da molti anni l’autorità religiosa è l’unica che si preoccupa di intervenire secondo lo spirito della proclamazione di San Nicola da Tolentino a “patrono dell’Università [leggi Comune, sottinteso di Modugno] in occasione della peste avvenuta nell’anno antecedente 10 ottobre 1656”, poi riconfermata da regolare delibera dell’Università di Modugno del 15 maggio 1749, l’intervento di don Nicola è importante perché si occupa della drammatica condizione sociale ed esistenziale dei giovani, che costituiscono quella che viene chiamata “la generazione senza futuro”; una condizione che dovrebbe essere in cima ai pensieri e ai provvedimenti delle nostre autorità.

Si tratta di un intervento, che pur nel suo carattere sintetico, sollecita molte riflessioni e chiede un impegno a tutti perché sia garantito il futuro di ogni comunità.

La parte iniziale della delibera del 15 maggio 1749 dell'Università di Modugno, che registra l'intervento del regio Governatore,  del Sindaco e dei Decurioni (leggi: Consiglieri)

La parte iniziale della delibera del 15 maggio 1749 dell’Università di Modugno, che registra l’intervento del regio Governatore, del Sindaco e dei Decurioni (leggi: Consiglieri)

Trascrizione della parte della delibera sopra proposta

Trascrizione della parte della delibera sopra proposta

Qui di seguito l’intervento di don Nicola Colatorti.

“Festa di San Nicola da Tolentino

Si ripete l’annuale rito della consegna delle chiavi al nostro patrono S. Nicola. In questa circostanza gli abbiamo consegnato quelle situazioni che più mettevano in risalto le nostre necessità e abbiamo invocato il suo aiuto.

Quest’anno poniamo la nostra attenzione su quella parte della società che si apre ad un prossimo futuro, non solo per realizzare se stessa ma anche essere per noi forza trainante: ci riferiamo ai quasi 8.000 giovani della nostra città dell’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Parliamo dunque di quella parte intermedia della società che uscendo da una fase di dipendenza, si apre all’autonomia. Questo passaggio pone i giovani al centro della convivenza civile: è la società che li ha generati, li introduce in un mondo per renderli parte attiva ed è la stessa società che ne accoglie le loro giovani forze per farne un ricambio generazionale che garantisce una comunità efficiente e produttiva per il comune benessere. Per noi tutti essi sono un dono che ci prospettano e ci garantiscono un futuro.

Avere questa consapevolezza significa assumersi non solo il compito di un accompagnamento educante, ma anche creare spazi per possibilità operative. Talvolta sembra che la ruota della vita si inceppa e si ferma col titolo di studi e non vada oltre: certo dovuto ad una crisi generale a largo raggio, ma forse anche perché gli interessi individuali di una società adulta e sistemata sono così ripiegati su se stessa da non accorgersi di una generazione che incalza, che bussa, che cerca. E quel che è peggio, non ci si rende conto di un futuro che penalizzerà l’intera comunità gravata da un peso da essa stessa creato.

Questa incauta miopia fa riferimento non solo al mondo del lavoro che a noi appare il più esigente e il più drammatico, ma anche al bisogno di quel contesto virtuoso fatto di attenzione, di accoglienza, di dialogo, di solidarietà, di formazione la cui assenza colloca le giovani generazioni in un limbo, per molti versi senza via d’uscita.

Naturalmente le nostre considerazioni sui giovani non possono farsi ricadere esclusivamente sull’autosufficienza degli adulti, ma anche sul mondo a loro più consono cogliendone l’aspetto culturale di cui si nutrono e che a sua volta essi stessi producono.

La ricerca statistica a livello europeo fatta dal CENSIS ha rilevato che i giovani sono “lasciati al presente”, cioè sradicati dal passato e indifferenti al futuro: sembra che la memoria in loro non faccia presa, né si sentono proiettati verso un domani: dunque né ricordi né progetti, intenti a succhiare il momento presente. Eppure la giovinezza è normalmente considerata l’età della speranza nel futuro: e pensare che quel dato statistico rileva che sono proprio i più giovani a vedere meno rosea la vita che li aspetta.

Su questa inclinazione al presente si costruisce una generazione caratterizzata dal fantasticare, cioè dal vagare con la fantasia, senza concretezza, ma che si ferma solo alle emozioni priva di punti stabili di riferimento. Giustamente qualcuno ha definito la nostra una “società liquida” vale a dire instabile, fluida e fluttuante: una società che non accetta le strutture o le istituzioni ritenendole oppressive, la morale diventa inibitoria, i legami sociali – e tra queste le relazioni familiari – si fanno instabili, i valori sono svalutati, la stessa fede si fa evanescente a seconda delle emozioni che la rendono talvolta festaiola talvolta pietistica, nell’uno e nell’altro caso occasionale e senza fondamento.

Da quest’aria che tutti respiriamo non è immune il mondo giovanile. Certo avremmo bisogno di ben altri tempi per maggiori approfondimenti di un tema così serio, ma cogliamo gli spazi di questa circostanza per offrire il nostro suggerimento a questa parte della nostra società che ci sta a cuore.

A voi, cari giovani, oggi ci rivolgiamo: noi tutti, comunità parrocchiali e l’intera cittadinanza, e intendiamo accompagnarvi nei vostri passi che qui puntualizziamo:

  • Il lavoro guardatelo come segno della Provvidenza che ci sostiene: a quanti lo esercitano, diciamo che l’assenteismo e il sotterfugio non vadano a compromettere la consistenza dell’azienda e la vostra stessa occupazione. E a quanti di voi sono in cerca di lavoro, gridiamo: cercate pure in tutte le strade possibili, bussate agli uffici di collocamento, alle agenzie, aggrappatevi a tutti gli espedienti offerti dalla pubblica amministrazione, ma non vi fermate, quasi in una passiva dipendenza; cercate anche nel piccolo, nell’umile e, quel che più conta, mettete in moto la vostra creatività e intraprendenza. Nessuna indolenza vi mortifichi nel farvi sentire parcheggiati o mantenuti.
  • Coltivate i valori. Siano stabili: la rettitudine, la giustizia e particolarmente il senso di appartenenza alla comunità. La città vi appartiene, tenendo a mente che il disinteresse, l’evasione, la furbizia e il raggiro non appagano nessuno, perché mortificano il bene comune.
  • Coltivate gli affetti: che siano sinceri non istintivi: non consumatori di sesso ma costruttori di rapporti umani; le amicizie non siano furbescamente interessate, ma condivise. E là dove gli affetti si saldano per formare quella bella realtà che è la famiglia, siatene gelosi, abbiate premura che il nucleo famigliare sia solido e animato da dialogo, da tenerezza e non permettete che ci rimettano le parti più deboli.
  • Infine consentitemi – e questa circostanza ce ne dà motivo – consolidate la vostra fede. Voi siete esposti alle illusioni del momento per una vita senza senso. Il battesimo che vi ha segnato all’inizio della vostra vita possa essere la ragione delle vostre scelte quotidiane. La paternità di Dio non cessa di accompagnarvi in tutti gli eventi della vostra vita. La vostra fede non sia un fatto di circostanza che si esaurisce nel rito o nel folklore: confidate in Dio, affidatevi a Lui. La fede va molto oltre le effimere soddisfazioni e sa dare una risposta alle vostre difficoltà.

Questi propositi oggi li riponiamo nelle mani di S. Nicola, nostro patrono, perché li presenti a Dio nostro padre e li faccia ricadere su voi giovani e su noi tutti, perché dia a voi quel che cercate e a noi tutti la volontà di accompagnarvi.

Don Nicola Colatorti

Modugno 26 settembre 2016