Category: La devozione San Rocco e San Nicola

La musica di Dio risuona a Modugno nella cappella del “Santissimo”

A Modugno non c’è altro luogo, come il cappellone del Santissimo Sacramento della Chiesa Matrice, che, pur modesto per dimensioni, abbia una così ricca concentrazione di arte e di bellezza, di cui sono autori importanti pittori e assai qualificate maestranze.

Già l’alta cancellata e i due pezzi di balaustra, impreziosita da marmi istoriati e intarsiati, distinguendo e delimitando l’ambiente, sembrano segnalarlo come luogo del tutto particolare. Infatti, tre scritte, – sulle quali richiama la mia attenzione Sofia, la mia nipotina più piccola-  la prima, a destra, Venite e comedite (Venite e mangiate insieme), la seconda a sinistra, Venite et bibite vinum meum, (Venite e bevete il mio vino/sangue), e la terza in una sorta di cartiglio al centro dell’arco che sormonta l’altare, Salutaris Ostia (l’Ostia della salvezza), riportandoci al mistero del pane e del vino che si fanno Corpo e Sangue di Cristo, ci avvertono che entriamo nel luogo del “Santissimo Sacramento”, o semplicemente del “Santissimo”, ovvero nel luogo dedicato al “sacramento dei sacramenti”, poiché esso, rinnovando la presenza di Cristo tramite l’Ostia salutaris, rende stabile e continuo lo stato di grazia, al quale tendono gli altri sacramenti, che scandiscono i momenti di formazione del cristiano nella sua vita terrena (battesimo, confessione, cresima, ecc).

 

A Modugno, però, il culto del Santissimo Sacramento non si sviluppò, come accadde altrove, su impulso del Concilio di Trento, che, confutando le tesi di Lutero, fissò che “nel divino sacramento della Santa Eucarestia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente […] il nostro signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo” (Sessione XIII, 11 ottobre 1551). A Modugno il culto del Santissimo Sacramento – mi dice don Nicola Colatorti – è attestato ben prima da alcuni documenti presenti nell’Archivio Capitolare che lo fanno risalire agli inizi del Quattrocento.

Entrando nel Santissimo, si è quasi tentati di non posare i piedi sul pavimento maiolicato del Seicento, che nei punti di più intenso calpestìo è, ahimè, piuttosto usurato. A destra, fra due angeli, opere risalenti al 1939 dell’affrescatore Nicola Colonna, si trova l’antico organo del 1723; a sinistra, c’è un “Cristo Morto” di buona fattura, di cui probabilmente sono autori i maestri cartapestai salentini. Sopra il Cristo la tela dell’Ultima Cena, opera prodotta da Giuseppe Montrone nel 1905.

Ma è sollevando lo sguardo che si è rapiti da colori, figure e tematiche che sospingono al ripiegamento interiore e a riflettere sui grandi temi della condizione umana e del suo rapporto con la trascendenza.

E, innanzitutto, si è colpiti dal maestoso affresco della cupola, che

cupolasembra volersi smaterializzare e raggiungere il Cielo per congiungere le sue figure alle persone di riferimento, che lì vivono in uno stato di beatitudine eterna. Al centro dominano le tre persone della Trinità, che con atteggiamento solenne proclamano e incoronano la Madonna regina dell’intera Chiesa trionfante. Ad una tale incoronazione partecipano gli animi più nobili della storia del Cristianesimo: immediatamente, alla destra della Vergine sono disposti i 12 apostoli, seguiti poi dai Santi, fra i quali si riconoscono San Francesco d’Assisi e San Francesco da Paola, quasi contigui ai martiri, che hanno preferito la soppressione della loro vita terrena in vista di quella eterna; seguono poi le Vergini, fra le quali emerge S. Caterina d’Alessandria, dal grande eloquio filosofico, che la ruota dentata del supplizio a cui fu condannata non riuscì a stroncare, per cui si rese necessaria la sua decapitazione; infine, un gruppo di venerandi profeti, disposti alla sinistra della Vergine, chiude e conclude il grandioso affresco, che Vito Antonio De Filippis terminò nel 1705.

Ai lati della cupola, tre lunettoni ospitano altrettante tele, che, con scene assunte dall’Antico Testamento, mostrano l’onnipotenza di Dio, senza della quale non potrebbe esserci la Chiesa trionfante.

 

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Sul fondo, con colori baluginanti, che danno già essi il senso della tragedia, il Mar Rosso si apre e inghiotte l’armata del faraone: a nulla serve il recalcitrare dei cavalli o il loro tentativo di cambiare direzione, poiché la potenza che Dio conferisce al Mar Rosso sovrasta e fagogita tutto ciò che è alla sua portata.

 

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Nel lunettone di sinistra, poi, un probabile Assuero, il grande re dei Persiani, sta banchettando, mentre viene servito da tre fanciulli ebrei, forse per rimarcare la differenza nei confronti del popolo ebraico, allora in cattività a Babilonia, che, su consiglio della regina Ester, era impegnato nel digiuno di tre giorni.

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A destra, ancora Assuero con la regina Ester, figura emblematica dell’Antico Testamento per la sua bellezza e per il suo coraggio, assicura la salvezza a tutti gli Ebrei e condanna a morte Aman, il suo perfido consigliere, che aveva architettato un piano per sterminare i discendenti di Mosè.

Le tre tele sono opere di Nicola Gliri (Bitonto 1631-1680), che proprio nella città confinante con Modugno fondò una sua scuola, dopo essersi formato soprattutto a quella di Carlo Rosa, suo maestro. Il Gliri ottenne molti riconoscimenti in tutta la Terra di Bari e le sue opere sono presenti in tante città (oltre a Modugno, Bari, Andria, Acquaviva, Bitonto, Conversano, Molfetta, Palo del Colle). Nel 1658 egli, con i suoi discepoli, fu chiamato dal priore della Basilica di San Nicola di Bari a realizzare le lunette della cripta, che ancora oggi si possono ammirare. Si tratta di un pittore che presenta i temi sacri con “una sua personale interpretazione, in chiave di edulcorata religiosità, dei problemi luministici” (C. Gelao, La vergine appare al Beato Reginaldo d’Orléans, scheda, in www.pinacotecabari,.it).

Quello della tecnica luministica fu il problema centrale della pittura del Seicento, mirante ad una figurazione fortemente caratterizzata da contrasti di luce e ombra o da tocchi di luce risaltanti su un fondo scuro, che fu particolarmente praticata e sviluppata in Puglia da molti pittori, fra i quali, oltre al Gliri, sono da annoverare Carlo Rosa (Giovinazzo, 1613 – Bitonto, 1678), pittore assai familiare ai Modugnesi per via soprattutto della ricca quadreria della Chiesa di Santa Maria del Suffragio, e Cesare Fracanzano (Bisceglie, 1605 – Barletta, 1651), la cui scuola fu forse frequentata negli anni giovanili dall’autore delle nostre tre tele dei tre lunettoni.

Infine, gli ultimi restauri, coordinati come quelli precedenti dall’arch. Fernando Russo -che in un suo breve intervento ha affermato che c’è tanto ancora da recuperare- hanno portato alla luce un affresco che rappresenta un’Annunciazione del tutto particolare per il suo significato teologico: fra l’angelo Gabriele e la Vergine vi è un tabernacolo, che custodisce la Salutaris Ostia, grazie alla quale viene assicurata agli uomini di tutti i tempi  la continua incarnazione di Cristo. Quell’affresco, certamente precedente al completamento della chiesa, ha il merito di coniugare il tema dell’Annunciazione, che dà senso e nome alla chiesa, all’Eucarestia, che è il fondamento della Confraternita del Santissimo Sacramento.

Dietro l’altare, in due nicchie laterali vi sono le statue lignee reliquiarie, di buona fattura, di San Castore e San Basileo, opera di maestranze del Seicento, due santi del IV secolo, il cui culto non è presente nei territori di Terra di Bari.

Fra le due nicchie laterali vi è un grande “reliquario del Seicento in legno dorato, diviso in 28 caselle, che custodisce le reliquie di oltre 57 Santi e Martiri” (M. Ventrella, a cura di, Chiesa Maria SS. Annunziata, p. 7). In questo reliquario, precisamente nella casella n. 4, si troverebbero “due falangi del dito di San Corrado, racchiuse in una piccola custodia di bronzo, recante incise le lettere S. C.” (N. Milano, Curiosando per Modugno, p. 61). E San Corrado il Bavaro ci porta indietro al Medioevo, al ramo interno della Via Traiana e al Santuario di Sancta Maria ad criptam, più noto come “Madonna della Grotta”, che su quella antica via romana insisteva, dove egli, ritornando dalla Terra Santa “morì e fu sepolto nell’inverno del 1126-1127” (M. L. De Palma, La capë dë Sện Ghërrarë, p. 13). Le due falangi di San Corrado, patrono di Molfetta, si trovano a Modugno a partire dal 1303, quando i Molfettesi si impadronirono della salma del Santo, alla quale una donna modugnese riuscì a strappare un dito subito dopo che essa fu posta su un carro trainato da due buoi, prima che abbandonasse la nostra città.

Insomma, il cappellone del “Santissimo” è uno scrigno di arte e di storia, che merita di essere scoperto da tutti i Modugnesi. E a sollecitare la città a riappropriarsi di tanta parte della sua storia, della sua arte e della sua spiritualità è stato don Nicola Colatorti, che ha organizzato domenica 20 novembre il “Concerto Inaugurale” nel cappellone del Santissimo. Dopo aver richiamato il grande lavoro fatto dalle maestranze della “Ditta d’Organi Zanin” di Udine, la più antica bottega organaria d’Italia, fondata nel 1823, e dopo aver informato che il restauro dell’organo settecentesco è stato reso possibile dal contributo assicurato dalla CEI (Commissione Episcopale Italiana), con fondi derivanti dall’8 per mille, e dalla Regione Puglia, don Nicola ha invitato il consigliere regionale Peppino Longo e lo stesso dott. Francesco Zanin a dare il loro saluto.

Efficace ed assai interessante l’intervento di Francesco  Zanin, che ha dato un giudizio particolarmente positivo dell’organo modugnese del 1723: “Pur essendo piccolo -ha solo 200 canne- il suo suono è perfetto. L’accurato esame degli elementi ha permesso di constatare l’alta qualità dello strumento di pregevole fattura in ogni sua parte”. Poi, ha condotto tutti i presenti alla scoperta dell’anima nascosta dell’organo, illustrando brevemente gli interventi fatti su di esso: il crivello, il somiere; il ventilabro, ovvero il “labbro del vento”, i mantici e così via dicendo¹. Insomma, un approccio veramente avvincente alla struttura di un organo antico, che ancora oggi ha un indiscutibile fascino.

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La cantoria e l’organo del Settecento

(questa e le foto che seguono sono di Marco Pepe)

Poi, in una atmosfera di sospensione, di assoluto silenzio e di – è proprio il caso di dirlo- sentita religiosità, hanno cominciato a risuonare le note dell’organo settecentesco (Gilberto Scordari), e poi della tiorba (Paola Ventrella); del violone (Davide Milano); della viola da gamba (Antonella Parisi), del cornetto (David Brutti), -che ha catturato in particolare l’attenzione di Emilia, la mia nipotina più grande, per via della sua familiarità con il suo flauto traverso- dei tre sackbut² (Andrea Angeloni, Stefano Bellucci, Danilo Tamburo). E con gli strumenti si sono elevate verso il Cielo le note del piccolo-grande coro a voci dispari dell’Ensemble vocale Florilegium vocis. Il canto di nove soli cantori (Monica Papa, Monica Caputi, Giusi Bottalico, soprani; Anna Giordano, Giovanna Greco, alti; Marco e Gaetano Manzo, tenori; Michele Dispoto e Roberto Portoghese, bassi) ha riempito ogni angolo della nostra antica Chiesa Matrice, facendone rivivere i tanti messaggi che essa porge al fedele col suo soffitto ligneo di Domenico Scura, con le sue tele, con i suoi numerosi simboli, che affondano le loro radici nella “Buona Novella”; quei nove cantori, fra l’altro, mi hanno riportato indietro nel tempo e mi hanno fatto rivivere la mia piccola esperienza alla “Schola Cantorum” dell’indimenticabile don Luigi Minerva, a cui devo il mio amore per la musica classica in generale e a quella sacra in particolare. Strumenti e voci erano coordinati armonicamente dal direttore Sabino Manzo.

coro

Già il primo brano, “Toccata avanti la messa”, di Girolamo Frescobaldi (1583-1643), l’unico dei brani eseguiti che io conoscessi, ci ha immerso nella nuova atmosfera dell’arte vocale e strumentale del Seicento del compositore ferrarese, mettendo in risalto una nuova sensibilità musicale, che “trova corrispondenza nelle immagini delle arti plastiche e nelle sontuose architetture del Barocco”; val qui la pena di sottolineare che lo stesso J. S. Bach si applicò a copiare ed assimilare le meraviglie organistiche del Frescobaldi. Poi i brani successivi, vocali e/o strumentali sono stati ora un tripudio di voci e di suoni per esaltare la Vergine, i Santi e soprattutto Dio, ora una preghiera sommessa che ha sospinto al ripiegamento interiore. L’acme, almeno per quanto mi riguarda, è stato raggiunto dal “Magnificat” di Michel’Angelo Grancini (1605-1669), del quale sono stati eseguiti altre 4 composizioni, fra le quali la bella “Missa brevis”. Due altri brani, solo per organo. di Johan Caspar Kerll (1627-1697), anche lui destinato ad influenzare Bach, hanno offerto il giusto completamento ad un primo approccio alla musica barocca, che, fra l’altro, è caratterizzata in sommo grado dall’uso della fuga e frequentemente da passaggi difficili e assai veloci, per cui la sua esecuzione richiede l’abilità, anzi il virtuosismo, dei musicisti e del solista. E tutti, voci e strumenti, e certamente l’organista, che utilizzava una tastiera, quella del nostro organo settecentesco, fatta solo di tre ottave complete, che lo impegnavano ad un intreccio di movimenti per cambiare velocemente i registri, sono stati assai virtuosi.

Se a questo si aggiunge che tutti gli strumenti erano copie fedeli degli originali e che il nostro organo è del 1723, si può ben dire che nel cappellone del Santissimo abbiamo riascoltato la musica di Dio che i nostri antenati hanno certamente sentito e cantato in uno dei tanti momenti liturgici del primo Settecento.

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L’arcivescovo, mons. Franco Cacucci, e don Nicola Colatorti

al momento della benedizione dell’organo

E proprio sulla natura della musica del tempo, si è soffermato l’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Franco Cacucci, che nel suo breve e illuminante intervento, ha stabilito un nesso fra la musica del Seicento e le conclusioni del Concilio di Trento (1545-1563), annotando subito dopo che la Chiesa con i suoi concili traccia le linee di una nuova spiritualità che solo in seguito l’arte traduce nelle sue molteplici produzioni. Ciò è vero anche per il Concilio Vaticano II (1962-1965), le cui conclusioni stanno dando impulso  a nuove opere d’arte nei nostri tempi. E come non essere d’accordo con Franco Cacucci, quando ha sottolineato che il restauro del nostro organo e  questo primo “Concerto Inaugurale” costituiscono un evento storico per tutti i Modugnesi, che ora si riappropriano di un’opera bella lasciata dai loro padri? Ma a porci di fronte alla bellezza non è solo l’organo ma, tutta intera, questa chiesa, che è bella -ha sottolineato Cacucci- e che è stata recuperata in tanta parte grazie alla tenacia di don Nicola Colatorti. A concludere questo tuffo nell’arte del passato, è stata la benedizione dell’organo e dei presenti, fatta dall’arcivescovo.

Che questa benedizione possa essere preludio a nuove manifestazioni d’arte dello stesso genere del “Concerto Inaugurale” e a nuove opere di restauro di altri organi, ben più grandi, presenti in altre chiese della città? Lo speriamo, perché in questo momento storico la città di Modugno ha bisogno di nutrirsi di bellezza per superare l’attuale clima di forte avversione, esclusione, e persino di ostilità, che sembra essere dominante soprattutto nella sua dimensione pubblica e politica. E, parafrasando Fëdor Michajlovič Dostoevskij, la bellezza non  potrà che contribuire a rasserenare gli animi e a migliorare il clima della città.

Raffaele Macina

 

 
¹Il crivello è un piano forato parallelo al somiere che permette alle canne di stare in piedi; il somiere è una cassa sottostante il crivello, nella quale confluisce l'aria mantenuta dai mantici, che viene di volta in volta confluita nelle canne che poggiano su di essa; il ventilabro è una tavola posta all'interno del somiere, ricoperta di pelle, che permette l'immissione dell'aria in un preciso canale e poi in una precisa canna.
²La tiorba è uno "strumento musicale a corde pizzicate, della famiglia dei liuti (detto anche chitarrone): introdotto verso la fine del XVI sec. Si distingueva per avere due manici, essendo aggiunto, a lato di quello normale, un altro con alcune corde da toccarsi a vuoto; le corde erano quindi in tutto 14 o 16, parte di lamina, parte di budello. Lo strumento era soprattutto usato per accompagnare il canto e, nelle prime orchestre, per eseguire la ­ del basso continuo" (Enciclopedia Treccani).
Il violone è un antico strumento della famiglia delle viole, in uso fra il XV e il XVIII sec, considerato l’antenato dell’attuale contrabbasso: il fondo è piatto, e termina in alto come quello della viola da gamba. La viola da gamba, "introdotta sul finire del sec. XV, di ampie proporzioni simili a quelle del posteriore violoncello, che si suonava tenendola tra le ginocchia, dotata di fondo piatto, fori a C, tastiera munita di tacche indicanti i tasti, manico largo, con numero di corde fino a 6, esistente in diversi tipi e accordature: molto usata fino a tutto il Settecento" (Vocabolario Treccani).
Il cornetto, nel nostro caso diritto, molto utilizzato fra XIV e XVIII sec., è "uno strumento a bocchino, formato di un tubo d'avorio o di legno leggermente conico, fasciato esternamente di pelle. Vi erano due specie di cornetti: diritti e torti; essi venivano anche distinti in cornetti bianchi e in cornetti neri, dal colore del materiale con cui era fatto il tubo. I cornetti torti erano composti di due parti innestate tra loro. I cornetti avevano sei buchi e, nella parte a questi opposta, s'apriva un settimo buco che si otturava col pollice, mentre gli altri venivano azionati dall'indice, dal medio e dall'anulare di ciascuna mano". (Enciclopedia Treccani).
 "Il sackbut (dall'antico francese «saqueboute»: «spingi - tira») è un antico trombone, inventato nel XV secolo, probabilmente in Borgogna. Lo spessore del canneggio è più sottile del moderno trombone, determinandone un suono più dolce, mentre la campana è molto più piccola di quella del trombone moderno".


Il discorso di don Nicola Colatorti alla cerimonia della consegna delle chiavi

Pubblichiamo qui di seguito l’interessante intervento che don Nicola Colatorti ha fatto lunedì scorso, festa patronale di San Nicola da Tolentino, a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi.

Modugno, 26 settembre: don Nicola interviene a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi della città

Modugno, 26 settembre: don Nicola interviene a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi della città

A parte la considerazione che da molti anni l’autorità religiosa è l’unica che si preoccupa di intervenire secondo lo spirito della proclamazione di San Nicola da Tolentino a “patrono dell’Università [leggi Comune, sottinteso di Modugno] in occasione della peste avvenuta nell’anno antecedente 10 ottobre 1656”, poi riconfermata da regolare delibera dell’Università di Modugno del 15 maggio 1749, l’intervento di don Nicola è importante perché si occupa della drammatica condizione sociale ed esistenziale dei giovani, che costituiscono quella che viene chiamata “la generazione senza futuro”; una condizione che dovrebbe essere in cima ai pensieri e ai provvedimenti delle nostre autorità.

Si tratta di un intervento, che pur nel suo carattere sintetico, sollecita molte riflessioni e chiede un impegno a tutti perché sia garantito il futuro di ogni comunità.

La parte iniziale della delibera del 15 maggio 1749 dell'Università di Modugno, che registra l'intervento del regio Governatore,  del Sindaco e dei Decurioni (leggi: Consiglieri)

La parte iniziale della delibera del 15 maggio 1749 dell’Università di Modugno, che registra l’intervento del regio Governatore, del Sindaco e dei Decurioni (leggi: Consiglieri)

Trascrizione della parte della delibera sopra proposta

Trascrizione della parte della delibera sopra proposta

Qui di seguito l’intervento di don Nicola Colatorti.

“Festa di San Nicola da Tolentino

Si ripete l’annuale rito della consegna delle chiavi al nostro patrono S. Nicola. In questa circostanza gli abbiamo consegnato quelle situazioni che più mettevano in risalto le nostre necessità e abbiamo invocato il suo aiuto.

Quest’anno poniamo la nostra attenzione su quella parte della società che si apre ad un prossimo futuro, non solo per realizzare se stessa ma anche essere per noi forza trainante: ci riferiamo ai quasi 8.000 giovani della nostra città dell’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Parliamo dunque di quella parte intermedia della società che uscendo da una fase di dipendenza, si apre all’autonomia. Questo passaggio pone i giovani al centro della convivenza civile: è la società che li ha generati, li introduce in un mondo per renderli parte attiva ed è la stessa società che ne accoglie le loro giovani forze per farne un ricambio generazionale che garantisce una comunità efficiente e produttiva per il comune benessere. Per noi tutti essi sono un dono che ci prospettano e ci garantiscono un futuro.

Avere questa consapevolezza significa assumersi non solo il compito di un accompagnamento educante, ma anche creare spazi per possibilità operative. Talvolta sembra che la ruota della vita si inceppa e si ferma col titolo di studi e non vada oltre: certo dovuto ad una crisi generale a largo raggio, ma forse anche perché gli interessi individuali di una società adulta e sistemata sono così ripiegati su se stessa da non accorgersi di una generazione che incalza, che bussa, che cerca. E quel che è peggio, non ci si rende conto di un futuro che penalizzerà l’intera comunità gravata da un peso da essa stessa creato.

Questa incauta miopia fa riferimento non solo al mondo del lavoro che a noi appare il più esigente e il più drammatico, ma anche al bisogno di quel contesto virtuoso fatto di attenzione, di accoglienza, di dialogo, di solidarietà, di formazione la cui assenza colloca le giovani generazioni in un limbo, per molti versi senza via d’uscita.

Naturalmente le nostre considerazioni sui giovani non possono farsi ricadere esclusivamente sull’autosufficienza degli adulti, ma anche sul mondo a loro più consono cogliendone l’aspetto culturale di cui si nutrono e che a sua volta essi stessi producono.

La ricerca statistica a livello europeo fatta dal CENSIS ha rilevato che i giovani sono “lasciati al presente”, cioè sradicati dal passato e indifferenti al futuro: sembra che la memoria in loro non faccia presa, né si sentono proiettati verso un domani: dunque né ricordi né progetti, intenti a succhiare il momento presente. Eppure la giovinezza è normalmente considerata l’età della speranza nel futuro: e pensare che quel dato statistico rileva che sono proprio i più giovani a vedere meno rosea la vita che li aspetta.

Su questa inclinazione al presente si costruisce una generazione caratterizzata dal fantasticare, cioè dal vagare con la fantasia, senza concretezza, ma che si ferma solo alle emozioni priva di punti stabili di riferimento. Giustamente qualcuno ha definito la nostra una “società liquida” vale a dire instabile, fluida e fluttuante: una società che non accetta le strutture o le istituzioni ritenendole oppressive, la morale diventa inibitoria, i legami sociali – e tra queste le relazioni familiari – si fanno instabili, i valori sono svalutati, la stessa fede si fa evanescente a seconda delle emozioni che la rendono talvolta festaiola talvolta pietistica, nell’uno e nell’altro caso occasionale e senza fondamento.

Da quest’aria che tutti respiriamo non è immune il mondo giovanile. Certo avremmo bisogno di ben altri tempi per maggiori approfondimenti di un tema così serio, ma cogliamo gli spazi di questa circostanza per offrire il nostro suggerimento a questa parte della nostra società che ci sta a cuore.

A voi, cari giovani, oggi ci rivolgiamo: noi tutti, comunità parrocchiali e l’intera cittadinanza, e intendiamo accompagnarvi nei vostri passi che qui puntualizziamo:

  • Il lavoro guardatelo come segno della Provvidenza che ci sostiene: a quanti lo esercitano, diciamo che l’assenteismo e il sotterfugio non vadano a compromettere la consistenza dell’azienda e la vostra stessa occupazione. E a quanti di voi sono in cerca di lavoro, gridiamo: cercate pure in tutte le strade possibili, bussate agli uffici di collocamento, alle agenzie, aggrappatevi a tutti gli espedienti offerti dalla pubblica amministrazione, ma non vi fermate, quasi in una passiva dipendenza; cercate anche nel piccolo, nell’umile e, quel che più conta, mettete in moto la vostra creatività e intraprendenza. Nessuna indolenza vi mortifichi nel farvi sentire parcheggiati o mantenuti.
  • Coltivate i valori. Siano stabili: la rettitudine, la giustizia e particolarmente il senso di appartenenza alla comunità. La città vi appartiene, tenendo a mente che il disinteresse, l’evasione, la furbizia e il raggiro non appagano nessuno, perché mortificano il bene comune.
  • Coltivate gli affetti: che siano sinceri non istintivi: non consumatori di sesso ma costruttori di rapporti umani; le amicizie non siano furbescamente interessate, ma condivise. E là dove gli affetti si saldano per formare quella bella realtà che è la famiglia, siatene gelosi, abbiate premura che il nucleo famigliare sia solido e animato da dialogo, da tenerezza e non permettete che ci rimettano le parti più deboli.
  • Infine consentitemi – e questa circostanza ce ne dà motivo – consolidate la vostra fede. Voi siete esposti alle illusioni del momento per una vita senza senso. Il battesimo che vi ha segnato all’inizio della vostra vita possa essere la ragione delle vostre scelte quotidiane. La paternità di Dio non cessa di accompagnarvi in tutti gli eventi della vostra vita. La vostra fede non sia un fatto di circostanza che si esaurisce nel rito o nel folklore: confidate in Dio, affidatevi a Lui. La fede va molto oltre le effimere soddisfazioni e sa dare una risposta alle vostre difficoltà.

Questi propositi oggi li riponiamo nelle mani di S. Nicola, nostro patrono, perché li presenti a Dio nostro padre e li faccia ricadere su voi giovani e su noi tutti, perché dia a voi quel che cercate e a noi tutti la volontà di accompagnarvi.

Don Nicola Colatorti

Modugno 26 settembre 2016

La mentalità popolare… recensione

La recensione de “La Gazzetta del Mezzogiorno” sull’ultimo libro pubblicato a maggio/2015 dalla rivista “Nuovi Orientamenti”

Qui di seguito la recensione di Pasquale Tempesta sul libro “La cultura popolare fra credenze e ricorrenze e la prefazione di Raffaele Macina.

Libro Massarelli recensione e prefazione

Nuovo numero della rivista

È in corso di stampa il numero 162 di Nuovi Orientamenti.

Molti gli articoli di interesse per la città: da un’analisi del voto amministrativo all’approfondimento del robot per la scarifica del camino della centrale nucleare di Garigliano, progettato e realizzato dalla Penta System di Modugno; dalla ricostruzione della storia della Confraternita del Carmine fra XVI e XVIII secolo alla presentazione delle iniziative socio-culturali realizzate negli ultimi mesi.

Qui di seguito il sommario del N. 162

Copertina-162

Copertina n.162

Sommario-162

Sommario n.162

Copertina-1622

Copertina n.162 – retro

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