Author: Raffaele Macina (Page 2 of 3)

Paolo di Tarso ad Atene

Paolo di Tarso ad Atene

Accadde a gennaio del mille…

Proponiamo qui di seguito alcune importanti ricorrenze di eventi storici della città di Modugno verificatisi in vari secoli. Della ricerca è autore Raffaele Macina.

Gennaio storia

TRE STORIELLE POPOLARI SUL NATALE

Dal libro Il Natale nella tradizione popolare, presentato il 16 dicembre nella manifestazione di Nuovi Orientamenti, pubblichiamo alcune pagine del secondo capitolo.

Ricordiamo che il libro sarà dato in omaggio a tutti coloro che si abboneranno per il 2017 alla rivista Nuovi Orientamenti.

tre-storielle

VENERDI 16 DICEMBRE, ORE 19,30, MANIFESTAZIONE DELLA RIVISTA “nUOVI ORIENTAMENTI”

La manifestazione si svolgerà nel salone dell’Oratorio (Via X MARZO) e prevede la presentazione del libro Il Natale nella tradizione popolare e un recital di cultura modugnese, animato da Roberto Petruzzelli e Sandro Cardascio.

L’ingresso è libero.

Qui di seguito il programma.

invito-e-programma-della-manifestazione

 

“NUOVI ORIENTAMENTI” E L’INAUGURAZIONE DI BALSIGNANO

Voglio ringraziare tutti coloro che, in occasione dell’inaugurazione di Balsignano, svoltasi il 26 novembre scorso, hanno voluto ricordare il mio impegno per il recupero del nostro casale medievale sia su Facebook sia, ancora più numerosi, in privato. Ringrazio, in particolare, quanti, non essendo neppure modugnesi, non possono certamente essere tacciati di partigianeria politica; e tra questi, ancora più in particolare, voglio ringraziare il prof. Raffaele Licinio, già ordinario di Storia Medievale all’Università di Bari e direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi, che sin dal 1979 ha voluto collaborare con noi nell’opera di conoscenza e di valorizzazione di  Balsignano e che per ben due volte, nel 2006 e nel 2008, ha voluto inserire il nostro casale medievale all’interno dei programmi di studio delle Giornate Normanno-Sveve, ponendolo così all’attenzione di medievisti giunti da ogni parte d’Italia e d’Europa.

Senza voler peccare di falsa modestia, poiché sono ben consapevole di aver dedicato per quasi 40 anni una buona parte dei miei studi e del mio lavoro al “nostro” casale, voglio dire subito che l’impegno di “Nuovi Orientamenti” è stato un impegno di squadra, avendo coinvolto molti soggetti, ciascuno dotato di competenze, e di compiti, specifici. Da questo punto di vista, posso dire di aver avuto il grande privilegio di coordinare un gruppo di persone generose, impegnate con gratuità e passione su tutto ciò che di volta in volta si andava programmando intorno a quel sito: dalla pulizia materiale degli spazi interni della Chiesa di San Felice e della Chiesa di Santa Maria, per difenderli soprattutto dall’azione corrosiva del guano dei colombi, al taglio meccanico delle erbe spontanee, fino alla estirpazione manuale delle erbacce che crescevano negli interstizi delle pietre; e, su un altro piano, dalla ricerca storica delle fonti di studio al reperimento di storie e leggende ancora presenti nella cultura popolare; dalla cura dei rapporti con le istituzioni scientifiche e politico-amministrative alla organizzazione di convegni ed eventi culturali su questo monumento storico, architettonico ed artistico dotato di un così grande fascino.

 

Ma, ritornando alla “inaugurazione” di Balsignano, dico subito che le cose sono andate nel modo in cui io mi aspettavo che andassero, prevedendo, cioè, che nessuno di noi sarebbe stato invitato; d’altra parte, per quanto mi riguarda personalmente, anche se fossi stato invitato a dire quattro parole, io non avrei partecipato alla cerimonia a causa della mia attuale condizione esistenziale, ma anche perché non mi sarei trovato a mio agio fra gli autorevoli rappresentanti delle istituzioni modugnesi. Ma non è questa la cosa più importante. Per tutti noi il problema vero, che ci amareggia fortemente, è che nessuno di noi è mai stato interpellato su Balsignano negli ultimi quattro anni, che, salvo la parentesi commissariale, hanno registrato per due volte l’insediamento dello stesso Sindaco. Mai ci è stato chiesto se, impegnati da quasi 40 anni su questo tema, noi di “Nuovi Orientamenti” avessimo una qualche idea intorno alla fruizione e alla gestione del sito restaurato. Eppure, è noto che abbiamo elaborato da tempo le linee essenziali di un progetto inteso a questo scopo; linee essenziali, che hanno avuto giudizi assai lusinghieri dal prof. Cosimo Damiano Fonseca, autorevole medievista e accademico dei Lincei, in una delle “Giornate di studio normanno-sveve” del 2006, svoltasi a Modugno, e dal prof. Franco Cardini, altrettanto autorevole medievista, in occasione delle “Giornate di studio normanno-sveve”, che si tennero nel 2008 a Barletta.

Insomma, oggi che si celebra la felice conclusione di un lungo e faticoso lavoro di studio, di ricerca, di conoscenza, di sensibilizzazione, di progettazione e di restauro di un gioiello del patrimonio storico-artistico del nostro territorio, noi, che ce ne siamo quasi esclusivamente occupati, siamo stati del tutto ignorati e direi addirittura umiliati. Ma, in realtà, non ci importa molto neppure questo. Quello che ci interessa molto, invece, è il rischio che di Balsignano sia espropriata l’intera comunità modugnese, quella che in tutti questi anni ha riconosciuto in quel sito un tratto fondamentale della sua identità storica e culturale, e che intorno ad esso ha prodotto tante iniziative e accumulato tante competenze, arrivando a costruire una rete organizzativa molto ampia, che vedeva impegnate insieme associazioni culturali, istituzioni scolastiche, centri di studio e di ricerca.

Quindi, pur non nascondendo la nostra amarezza, dobbiamo dire che non siamo stupiti per il trattamento che ci è stato riservato, anche perché noi di “Nuovi Orientamenti” siamo abituati ad essere ignorati da quelli del Palazzo. Non è la prima volta, infatti, che fanno finta di non vederci: già in passato siamo stati spesso ignorati dai Sindaci in carica in occasione di particolari ricorrenze storiche della città, per cui l’attuale Amministrazione, in spirito di continuità, non ha fatto altro che perpetuare, legittimamente, un atteggiamento già manifestato da altre Amministrazioni prima di lei. Per questo, nel corso degli anni abbiamo sviluppato un nostro modo di intendere e praticare il rapporto col Palazzo, che in verità ci rende anche più liberi: se una Amministrazione ritiene che quello che noi facciamo possa in qualche modo essere utile alla sua programmazione amministrativa, noi siamo contenti ed onorati dell’attenzione; se, invece, essa ritiene che il nostro contributo non sia per niente utile, o che sia addirittura spiacevole, noi continuiamo ad impegnarci secondo i nostri canoni e, parafrasando Ugo Grozio, il fondatore del giusnaturalismo moderno, continuiamo ad agire “etsi ei non darentur” (come se quelli non esistessero).

Naturalmente, noi continueremo ad occuparci di Balsignano, ed, anzi, colgo l’occasione per dire che col nuovo anno riprenderemo la pubblicazione di “Nuovi Orientamenti” e che dell’antico Casale parleremo anche nell’incontro che terremo presso il salone dell’Oratorio il prossimo 16 dicembre, alle ore 19,30, al quale invitiamo non solo i nostri soci, ma anche tutti i cittadini di Modugno desiderosi di recuperare la storia della nostra comunità.

Raffaele Macina

 

 

La musica di Dio risuona a Modugno nella cappella del “Santissimo”

A Modugno non c’è altro luogo, come il cappellone del Santissimo Sacramento della Chiesa Matrice, che, pur modesto per dimensioni, abbia una così ricca concentrazione di arte e di bellezza, di cui sono autori importanti pittori e assai qualificate maestranze.

Già l’alta cancellata e i due pezzi di balaustra, impreziosita da marmi istoriati e intarsiati, distinguendo e delimitando l’ambiente, sembrano segnalarlo come luogo del tutto particolare. Infatti, tre scritte, – sulle quali richiama la mia attenzione Sofia, la mia nipotina più piccola-  la prima, a destra, Venite e comedite (Venite e mangiate insieme), la seconda a sinistra, Venite et bibite vinum meum, (Venite e bevete il mio vino/sangue), e la terza in una sorta di cartiglio al centro dell’arco che sormonta l’altare, Salutaris Ostia (l’Ostia della salvezza), riportandoci al mistero del pane e del vino che si fanno Corpo e Sangue di Cristo, ci avvertono che entriamo nel luogo del “Santissimo Sacramento”, o semplicemente del “Santissimo”, ovvero nel luogo dedicato al “sacramento dei sacramenti”, poiché esso, rinnovando la presenza di Cristo tramite l’Ostia salutaris, rende stabile e continuo lo stato di grazia, al quale tendono gli altri sacramenti, che scandiscono i momenti di formazione del cristiano nella sua vita terrena (battesimo, confessione, cresima, ecc).

A Modugno, però, il culto del Santissimo Sacramento non si sviluppò, come accadde altrove, su impulso del Concilio di Trento, che, confutando le tesi di Lutero, fissò che “nel divino sacramento della Santa Eucarestia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente […] il nostro signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo” (Sessione XIII, 11 ottobre 1551). A Modugno il culto del Santissimo Sacramento – mi dice don Nicola Colatorti – è attestato ben prima da alcuni documenti presenti nell’Archivio Capitolare che lo fanno risalire agli inizi del Quattrocento.

Entrando nel Santissimo, si è quasi tentati di non posare i piedi sul pavimento maiolicato del Seicento, che nei punti di più intenso calpestìo è, ahimè, piuttosto usurato. A destra, fra due angeli, opere risalenti al 1939 dell’affrescatore Nicola Colonna, si trova l’antico organo del 1723; a sinistra, c’è un “Cristo Morto” di buona fattura, di cui probabilmente sono autori i maestri cartapestai salentini. Sopra il Cristo la tela dell’Ultima Cena, opera prodotta da Giuseppe Montrone nel 1905.

Ma è sollevando lo sguardo che si è rapiti da colori, figure e tematiche che sospingono al ripiegamento interiore e a riflettere sui grandi temi della condizione umana e del suo rapporto con la trascendenza.

E, innanzitutto, si è colpiti dal maestoso affresco della cupola, che

cupolasembra volersi smaterializzare e raggiungere il Cielo per congiungere le sue figure alle persone di riferimento, che lì vivono in uno stato di beatitudine eterna. Al centro dominano le tre persone della Trinità, che con atteggiamento solenne proclamano e incoronano la Madonna regina dell’intera Chiesa trionfante. Ad una tale incoronazione partecipano gli animi più nobili della storia del Cristianesimo: immediatamente, alla destra della Vergine sono disposti i 12 apostoli, seguiti poi dai Santi, fra i quali si riconoscono San Francesco d’Assisi e San Francesco da Paola, quasi contigui ai martiri, che hanno preferito la soppressione della loro vita terrena in vista di quella eterna; seguono poi le Vergini, fra le quali emerge S. Caterina d’Alessandria, dal grande eloquio filosofico, che la ruota dentata del supplizio a cui fu condannata non riuscì a stroncare, per cui si rese necessaria la sua decapitazione; infine, un gruppo di venerandi profeti, disposti alla sinistra della Vergine, chiude e conclude il grandioso affresco, che Vito Antonio De Filippis terminò nel 1705.

Ai lati della cupola, tre lunettoni ospitano altrettante tele, che, con scene assunte dall’Antico Testamento, mostrano l’onnipotenza di Dio, senza della quale non potrebbe esserci la Chiesa trionfante.

mar-rosso corretto

Sul fondo, con colori baluginanti, che danno già essi il senso della tragedia, il Mar Rosso si apre e inghiotte l’armata del faraone: a nulla serve il recalcitrare dei cavalli o il loro tentativo di cambiare direzione, poiché la potenza che Dio conferisce al Mar Rosso sovrasta e fagogita tutto ciò che è alla sua portata.

assuero-il-convito

Nel lunettone di sinistra, poi, un probabile Assuero, il grande re dei Persiani, sta banchettando, mentre viene servito da tre fanciulli ebrei, forse per rimarcare la differenza nei confronti del popolo ebraico, allora in cattività a Babilonia, che, su consiglio della regina Ester, era impegnato nel digiuno di tre giorni.

assuero-ed-ester

A destra, ancora Assuero con la regina Ester, figura emblematica dell’Antico Testamento per la sua bellezza e per il suo coraggio, assicura la salvezza a tutti gli Ebrei e condanna a morte Aman, il suo perfido consigliere, che aveva architettato un piano per sterminare i discendenti di Mosè.

Le tre tele sono opere di Nicola Gliri (Bitonto 1631-1680), che proprio nella città confinante con Modugno fondò una sua scuola, dopo essersi formato soprattutto a quella di Carlo Rosa, suo maestro. Il Gliri ottenne molti riconoscimenti in tutta la Terra di Bari e le sue opere sono presenti in tante città (oltre a Modugno, Bari, Andria, Acquaviva, Bitonto, Conversano, Molfetta, Palo del Colle). Nel 1658 egli, con i suoi discepoli, fu chiamato dal priore della Basilica di San Nicola di Bari a realizzare le lunette della cripta, che ancora oggi si possono ammirare. Si tratta di un pittore che presenta i temi sacri con “una sua personale interpretazione, in chiave di edulcorata religiosità, dei problemi luministici” (C. Gelao, La vergine appare al Beato Reginaldo d’Orléans, scheda, in www.pinacotecabari,.it).

Quello della tecnica luministica fu il problema centrale della pittura del Seicento, mirante ad una figurazione fortemente caratterizzata da contrasti di luce e ombra o da tocchi di luce risaltanti su un fondo scuro, che fu particolarmente praticata e sviluppata in Puglia da molti pittori, fra i quali, oltre al Gliri, sono da annoverare Carlo Rosa (Giovinazzo, 1613 – Bitonto, 1678), pittore assai familiare ai Modugnesi per via soprattutto della ricca quadreria della Chiesa di Santa Maria del Suffragio, e Cesare Fracanzano (Bisceglie, 1605 – Barletta, 1651), la cui scuola fu forse frequentata negli anni giovanili dall’autore delle nostre tre tele dei tre lunettoni.

Infine, gli ultimi restauri, coordinati come quelli precedenti dall’arch. Fernando Russo -che in un suo breve intervento ha affermato che c’è tanto ancora da recuperare- hanno portato alla luce un affresco che rappresenta un’Annunciazione del tutto particolare per il suo significato teologico: fra l’angelo Gabriele e la Vergine vi è un tabernacolo, che custodisce la Salutaris Ostia, grazie alla quale viene assicurata agli uomini di tutti i tempi  la continua incarnazione di Cristo. Quell’affresco, certamente precedente al completamento della chiesa, ha il merito di coniugare il tema dell’Annunciazione, che dà senso e nome alla chiesa, all’Eucarestia, che è il fondamento della Confraternita del Santissimo Sacramento.

Dietro l’altare, in due nicchie laterali vi sono le statue lignee reliquiarie, di buona fattura, di San Castore e San Basileo, opera di maestranze del Seicento, due santi del IV secolo, il cui culto non è presente nei territori di Terra di Bari.

Fra le due nicchie laterali vi è un grande “reliquario del Seicento in legno dorato, diviso in 28 caselle, che custodisce le reliquie di oltre 57 Santi e Martiri” (M. Ventrella, a cura di, Chiesa Maria SS. Annunziata, p. 7). In questo reliquario, precisamente nella casella n. 4, si troverebbero “due falangi del dito di San Corrado, racchiuse in una piccola custodia di bronzo, recante incise le lettere S. C.” (N. Milano, Curiosando per Modugno, p. 61). E San Corrado il Bavaro ci porta indietro al Medioevo, al ramo interno della Via Traiana e al Santuario di Sancta Maria ad criptam, più noto come “Madonna della Grotta”, che su quella antica via romana insisteva, dove egli, ritornando dalla Terra Santa “morì e fu sepolto nell’inverno del 1126-1127” (M. L. De Palma, La capë dë Sện Ghërrarë, p. 13). Le due falangi di San Corrado, patrono di Molfetta, si trovano a Modugno a partire dal 1303, quando i Molfettesi si impadronirono della salma del Santo, alla quale una donna modugnese riuscì a strappare un dito subito dopo che essa fu posta su un carro trainato da due buoi, prima che abbandonasse la nostra città.

Insomma, il cappellone del “Santissimo” è uno scrigno di arte e di storia, che merita di essere scoperto da tutti i Modugnesi. E a sollecitare la città a riappropriarsi di tanta parte della sua storia, della sua arte e della sua spiritualità è stato don Nicola Colatorti, che ha organizzato domenica 20 novembre il “Concerto Inaugurale” nel cappellone del Santissimo. Dopo aver richiamato il grande lavoro fatto dalle maestranze della “Ditta d’Organi Zanin” di Udine, la più antica bottega organaria d’Italia, fondata nel 1823, e dopo aver informato che il restauro dell’organo settecentesco è stato reso possibile dal contributo assicurato dalla CEI (Commissione Episcopale Italiana), con fondi derivanti dall’8 per mille, e dalla Regione Puglia, don Nicola ha invitato il consigliere regionale Peppino Longo e lo stesso dott. Francesco Zanin a dare il loro saluto.

Efficace ed assai interessante l’intervento di Francesco  Zanin, che ha dato un giudizio particolarmente positivo dell’organo modugnese del 1723: “Pur essendo piccolo -ha solo 200 canne- il suo suono è perfetto. L’accurato esame degli elementi ha permesso di constatare l’alta qualità dello strumento di pregevole fattura in ogni sua parte”. Poi, ha condotto tutti i presenti alla scoperta dell’anima nascosta dell’organo, illustrando brevemente gli interventi fatti su di esso: il crivello, il somiere; il ventilabro, ovvero il “labbro del vento”, i mantici e così via dicendo¹. Insomma, un approccio veramente avvincente alla struttura di un organo antico, che ancora oggi ha un indiscutibile fascino.

la-cantoria-e-lorgano

La cantoria e l’organo del Settecento

(questa e le foto che seguono sono di Marco Pepe)

Poi, in una atmosfera di sospensione, di assoluto silenzio e di – è proprio il caso di dirlo- sentita religiosità, hanno cominciato a risuonare le note dell’organo settecentesco (Gilberto Scordari), e poi della tiorba (Paola Ventrella); del violone (Davide Milano); della viola da gamba (Antonella Parisi), del cornetto (David Brutti), -che ha catturato in particolare l’attenzione di Emilia, la mia nipotina più grande, per via della sua familiarità con il suo flauto traverso- dei tre sackbut² (Andrea Angeloni, Stefano Bellucci, Danilo Tamburo). E con gli strumenti si sono elevate verso il Cielo le note del piccolo-grande coro a voci dispari dell’Ensemble vocale Florilegium vocis. Il canto di nove soli cantori (Monica Papa, Monica Caputi, Giusi Bottalico, soprani; Anna Giordano, Giovanna Greco, alti; Marco e Gaetano Manzo, tenori; Michele Dispoto e Roberto Portoghese, bassi) ha riempito ogni angolo della nostra antica Chiesa Matrice, facendone rivivere i tanti messaggi che essa porge al fedele col suo soffitto ligneo di Domenico Scura, con le sue tele, con i suoi numerosi simboli, che affondano le loro radici nella “Buona Novella”; quei nove cantori, fra l’altro, mi hanno riportato indietro nel tempo e mi hanno fatto rivivere la mia piccola esperienza alla “Schola Cantorum” dell’indimenticabile don Luigi Minerva, a cui devo il mio amore per la musica classica in generale e a quella sacra in particolare. Strumenti e voci erano coordinati armonicamente dal direttore Sabino Manzo.

coro

Già il primo brano, “Toccata avanti la messa”, di Girolamo Frescobaldi (1583-1643), l’unico dei brani eseguiti che io conoscessi, ci ha immerso nella nuova atmosfera dell’arte vocale e strumentale del Seicento del compositore ferrarese, mettendo in risalto una nuova sensibilità musicale, che “trova corrispondenza nelle immagini delle arti plastiche e nelle sontuose architetture del Barocco”; val qui la pena di sottolineare che lo stesso J. S. Bach si applicò a copiare ed assimilare le meraviglie organistiche del Frescobaldi. Poi i brani successivi, vocali e/o strumentali sono stati ora un tripudio di voci e di suoni per esaltare la Vergine, i Santi e soprattutto Dio, ora una preghiera sommessa che ha sospinto al ripiegamento interiore. L’acme, almeno per quanto mi riguarda, è stato raggiunto dal “Magnificat” di Michel’Angelo Grancini (1605-1669), del quale sono stati eseguiti altre 4 composizioni, fra le quali la bella “Missa brevis”. Due altri brani, solo per organo. di Johan Caspar Kerll (1627-1697), anche lui destinato ad influenzare Bach, hanno offerto il giusto completamento ad un primo approccio alla musica barocca, che, fra l’altro, è caratterizzata in sommo grado dall’uso della fuga e frequentemente da passaggi difficili e assai veloci, per cui la sua esecuzione richiede l’abilità, anzi il virtuosismo, dei musicisti e del solista. E tutti, voci e strumenti, e certamente l’organista, che utilizzava una tastiera, quella del nostro organo settecentesco, fatta solo di tre ottave complete, che lo impegnavano ad un intreccio di movimenti per cambiare velocemente i registri, sono stati assai virtuosi.

Se a questo si aggiunge che tutti gli strumenti erano copie fedeli degli originali e che il nostro organo è del 1723, si può ben dire che nel cappellone del Santissimo abbiamo riascoltato la musica di Dio che i nostri antenati hanno certamente sentito e cantato in uno dei tanti momenti liturgici del primo Settecento.

img_2639

L’arcivescovo, mons. Franco Cacucci, e don Nicola Colatorti

al momento della benedizione dell’organo

E proprio sulla natura della musica del tempo, si è soffermato l’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Franco Cacucci, che nel suo breve e illuminante intervento, ha stabilito un nesso fra la musica del Seicento e le conclusioni del Concilio di Trento (1545-1563), annotando subito dopo che la Chiesa con i suoi concili traccia le linee di una nuova spiritualità che solo in seguito l’arte traduce nelle sue molteplici produzioni. Ciò è vero anche per il Concilio Vaticano II (1962-1965), le cui conclusioni stanno dando impulso  a nuove opere d’arte nei nostri tempi. E come non essere d’accordo con Franco Cacucci, quando ha sottolineato che il restauro del nostro organo e  questo primo “Concerto Inaugurale” costituiscono un evento storico per tutti i Modugnesi, che ora si riappropriano di un’opera bella lasciata dai loro padri? Ma a porci di fronte alla bellezza non è solo l’organo ma, tutta intera, questa chiesa, che è bella -ha sottolineato Cacucci- e che è stata recuperata in tanta parte grazie alla tenacia di don Nicola Colatorti. A concludere questo tuffo nell’arte del passato, è stata la benedizione dell’organo e dei presenti, fatta dall’arcivescovo.

Che questa benedizione possa essere preludio a nuove manifestazioni d’arte dello stesso genere del “Concerto Inaugurale” e a nuove opere di restauro di altri organi, ben più grandi, presenti in altre chiese della città? Lo speriamo, perché in questo momento storico la città di Modugno ha bisogno di nutrirsi di bellezza per superare l’attuale clima di forte avversione, esclusione, e persino di ostilità, che sembra essere dominante soprattutto nella sua dimensione pubblica e politica. E, parafrasando Fëdor Michajlovič Dostoevskij, la bellezza non  potrà che contribuire a rasserenare gli animi e a migliorare il clima della città.

Raffaele Macina

 

¹Il crivello è un piano forato parallelo al somiere che permette alle canne di stare in piedi; il somiere è una cassa sottostante il crivello, nella quale confluisce l'aria mantenuta dai mantici, che viene di volta in volta confluita nelle canne che poggiano su di essa; il ventilabro è una tavola posta all'interno del somiere, ricoperta di pelle, che permette l'immissione dell'aria in un preciso canale e poi in una precisa canna.
²La tiorba è uno "strumento musicale a corde pizzicate, della famiglia dei liuti (detto anche chitarrone): introdotto verso la fine del XVI sec. Si distingueva per avere due manici, essendo aggiunto, a lato di quello normale, un altro con alcune corde da toccarsi a vuoto; le corde erano quindi in tutto 14 o 16, parte di lamina, parte di budello. Lo strumento era soprattutto usato per accompagnare il canto e, nelle prime orchestre, per eseguire la ­ del basso continuo" (Enciclopedia Treccani).
Il violone è un antico strumento della famiglia delle viole, in uso fra il XV e il XVIII sec, considerato l’antenato dell’attuale contrabbasso: il fondo è piatto, e termina in alto come quello della viola da gamba. La viola da gamba, "introdotta sul finire del sec. XV, di ampie proporzioni simili a quelle del posteriore violoncello, che si suonava tenendola tra le ginocchia, dotata di fondo piatto, fori a C, tastiera munita di tacche indicanti i tasti, manico largo, con numero di corde fino a 6, esistente in diversi tipi e accordature: molto usata fino a tutto il Settecento" (Vocabolario Treccani).
Il cornetto, nel nostro caso diritto, molto utilizzato fra XIV e XVIII sec., è "uno strumento a bocchino, formato di un tubo d'avorio o di legno leggermente conico, fasciato esternamente di pelle. Vi erano due specie di cornetti: diritti e torti; essi venivano anche distinti in cornetti bianchi e in cornetti neri, dal colore del materiale con cui era fatto il tubo. I cornetti torti erano composti di due parti innestate tra loro. I cornetti avevano sei buchi e, nella parte a questi opposta, s'apriva un settimo buco che si otturava col pollice, mentre gli altri venivano azionati dall'indice, dal medio e dall'anulare di ciascuna mano". (Enciclopedia Treccani).
 "Il sackbut (dall'antico francese «saqueboute»: «spingi - tira») è un antico trombone, inventato nel XV secolo, probabilmente in Borgogna. Lo spessore del canneggio è più sottile del moderno trombone, determinandone un suono più dolce, mentre la campana è molto più piccola di quella del trombone moderno".


QUANDO DARIO FO VENNE A MODUGNO

Il caso ha voluto che per un certo tempo abbia avuto un rapporto personale col “maestro” Dario Fo. Siamo al 26 gennaio 2004, quando su iniziativa di Rossana Andreola, prematuramente scomparsa, l’Amministrazione Comunale di Modugno organizzò nella “Galleria Le Volte” la mostra “Dario Fo – Disegni su carta”, che restò aperta sino all’8 febbraio 2004.

Modugno 26 gennaio 2004, Galleria "Le Volte": Rossana Andreola, curatrice della mostra, rivolge alcune domande a Dario Fo nel momento di inaugurazione della mostra "Dario Fo - Disegni su carta". (Da sinistra: Rossana Andreola, Dario Fo, Nicola Scelsi (Vice sindaco), Pino Rana, Sindaco)

Modugno 26 gennaio 2004, “Galleria Le Volte”: Rossana Andreola, curatrice della mostra, rivolge alcune domande a Dario Fo in occasione della  sua inaugurazione. In primo piano da sinistra: Rossana Andreola, Dario Fo, Nicola Scelsi, (Assessore all’Ambiente), Pino Rana (Sindaco)

Dopo l’inaugurazione della mostra, andai via, ma, giunto in Piazza Sedile, fui chiamato da Nicola Scelsi, che con altri amministratori e cittadini vari era lì con Dario Fo davanti al sagrato della Chiesa del Purgatorio; presentandomi al “maestro, esclamò: “Ecco, la persona giusta!”.

“Professore, – disse Dario Fo – le sarei grato se potesse ricercarmi alcune notizie sulla prostituzione femminile a Firenze e Venezia fra Cinquecento e Seicento. Sa, io qui non posso disporre dei miei libri ed ho un impegno sull’argomento fra qualche settimana”.

Restai impietrito: “Come, io dovrei dare delle notizie storiche ad un Premio Nobel? E per giunta su un argomento così complicato, del quale, peraltro, non so proprio nulla”; balbettai un “non so se ce la farò!”. Ma il “maestro”, che certamente aveva colto la mia reazione di timore, anzi di vera e propria paura, nonché di meraviglia per il tipo di argomento propostomi, mi disse: “Fra tre giorni sarò al Teatro Team. Io l’aspetto un’ora prima dello spettacolo, al quale lei sarà mio ospite insieme a sua moglie”.

Ritornai a casa e subito incominciai a ricercare fra i miei libri, che non sono pochi, ma sulle prostitute fiorentine e veneziane non avevo proprio nulla; solo in qualche saggio di storia riuscii a trovare qualche generico riferimento sulla prostituzione in Europa e in Italia.

Incominciai a nutrire dubbi sulla possibilità di poter scrivere qualcosa sull’argomento e pensai seriamente di telefonare al maestro comunicandogli di non poter affrontare l’argomento. Un’amica, però, mi riprese: “Come, Lillino, tu vuoi dire di no ad un Premio Nobel?”. Questo rimbrotto ampliò ancora di più i sensi di colpa che già avvertivo per la non adesione ad una richiesta di un Nobel,  diventato tale con una nobile motivazione: “Dileggia il potere, restituendo dignità agli oppressi”.

Il giorno successivo, subito dopo le mie ore di lezione, ero nella Biblioteca Nazionale di Bari e, grazie alla collaborazione di una mia amica, che lì lavora, portai a casa diversi volumi che studiai ininterrotamente.

Mi si aprì tutto un mondo a me sconosciuto: non sapevo che la prostituzione era allora così diffusa, tanto da essere regolamentata nei minimi particolari. E si prostituivano temporaneamente soprattutto le donne del popolo per miseria, necessità o addirittura per farsi la dote, requisito necessari in quel tempo per maritarsi. Ricordo di aver trovato un dato che mi colpì: mediamente in molte città il 20% della popolazione femminile esercitava stabilmente o temporaneamente la prostituzione.

E finalmente, dopo uno studio continuo e ininterrotto di tre giorni, riuscii a mettere su una lunga relazione.

Stanco, ma molto contento, all’ora e al giorno prefissati ero lì con mia moglie davanti al grande cancello del Teatro Team. Si avvicinò un usciere che, piuttosto infastidito, ci disse che ci voleva del tempo perché si potesse entrare; il suo volto, però, volse al sorriso non appena dissi che avevo un appuntamento con Dario Fo.

“Il suo nome?”, mi chiese. E accertatosi che nome e cognome da me pronunciati coincidessero con quelli che erano scritti su un bigliettino, che tirò fuori da un taschino della sua divisa, ci accompagnò dietro le quinte del teatro con molta premura e con infinita gentilezza. Suonò un campanello e se ne andò, non prima di averci detto che sarebbe arrivato subito qualcuno.

Dalla fine di un lungo corridoio, poco illuminato, scorgemmo una donna che veniva verso di noi. Aveva un’andatura molto dimessa ed era vestita in modo assai modesto: “Prego – ci disse – seguitemi”; e, rivolgendosi a me, aggiunse: “Il maestro l’aspetta”. La voce della donna, dal timbro  inconfondibile, rivelò la persona: era Franca Rame. Mia moglie ed io ci guardammo meravigliati: non capita tutti i giorni imbattersi in Franca Rame, che per giunta, in veste di semplice usciere, ci conduceva al camerino di suo marito.

Entrammo nel piccolo e spoglio camerino di Dario Fo: di fronte alla porta c’era un tavolino con una sedia, la cui spalliera era interamente ricoperta da una maglia di lana, simile a quelle utilizzate da mio padre, che mia madre subito gli porgeva come cambio quando egli ritornava dal lavoro o dalla campagna; appesi agli attaccapanni diversi vestiti di scena. Il maestro, con gli occhi chiusi, era seduto su una sedia a sdraio, posta a destra della porta: sembrava stanco e sembrava che riposasse. Non ci fu bisogno che Franca Rame gli dicesse qualcosa, perché egli subito si alzò e ci salutò: “Buonasera professore, buonasera signora, sono contento che siate venuti. Spero che lo spettacolo vi metta di buon umore!”:

Io tirai fuori da una cartella i fogli della relazione sulla prostituzione e lui diede subito quello che comunemente chiamiamo uno sguardo d’insieme. Ma non fu un semplice sguardo d’insieme, poiché a me sembrò che i suoi occhi, ora subito vivi,  cogliessero con immediatezza il senso e la struttura dell’intera relazione. Dopo una breve chiacchierata sul mio lavoro di docente di storia e filosofia e sulla realtà della scuola qui a Bari, il maestro mi disse: “Grazie molto, professore, la studierò dopo lo spettacolo. Ora accomodatevi, vi sono due posti per voi”. Suonò un campanello ed arrivò l’usciere del cancello che ci portò ai nostri due posti: si trattava di due poltrone in prima fila!

Iniziò lo spettacolo e quell’uomo che poco prima sembrava stanco e assonnato su una sdraio, ora si muoveva sul palco con leggerezza e guizzi veramente sorprendenti, da grande maestro.

Alla fine dello spettacolo, mentre ci ponevamo il problema se dovessimo andare a salutarlo, mi sentii chiamare più volte: “Professore, professore…”. Era Dario Fo che veniva verso di me, facendosi strada fra la folla di persone che si accingeva a guadagnare l’uscita. Ci chiese se lo spettacolo ci fosse piaciuto e parlammo un po’. Ricordo che, fra l’altro, gli dissi che nel 1970, quando – diciamo così – non era ben visto da una parte consistente della popolazione italiana e soprattutto dal potere, avevo assistito al suo “Mistero buffo” che egli diede per più giorni al “Petruzzelli”; aggiunsi anche che conservo ancora il libretto e il disco in vinile di quello spettacolo, le cui repliche poi negli anni di gloria sono state di numero infinito.

Dario Fo mi chiese poi  con molta discrezione e quasi con timore se potessi preparare una seconda relazione su Caravaggio, scusandosi di approfittare della mia disponibilità, cosa che feci, inviandogliela poi per e-mail ad un albergo di Napoli. Dopo qualche ora mi telefonò, promettendomi che mi avrebbe inviato un suo disegno.

Qualche settimana successiva, mi telefonò l’amico Serafino (Corriero) informandomi che in televisione c’era Dario Fo che parlava di Caravaggio, utilizzando anche notizie presenti nella mia relazione.

L’incontro con Dario Fo mi ha dato molte sollecitazioni culturali e morali: a parte alcune lezioni che tenni ai miei studenti sulla bellezza e la profondità del teatro, ho capito ancora di più quanto sia importante occuparsi degli “oppressi” per restituire ad essi quella dignità di persone che, purtroppo, la società, il potere e spesso anche noi stessi di fatto non riconosciamo. E le prostitute e Caravaggio, con le tante sue disavventure, caspita se non rientrano in quella umanità sofferente degli oppressi, che attendono da sempre la loro liberazione.

Raffaele Macina

 

 

Qui di seguito ripropongo i due servizi che il N. 112/Aprile 2004 della rivista “Nuovi Orientamenti” pubblicò in occasione della venuta di Dario Fo a Modugno.

dario-fo-1

 

 

 

 

 

Il discorso di don Nicola Colatorti alla cerimonia della consegna delle chiavi

Pubblichiamo qui di seguito l’interessante intervento che don Nicola Colatorti ha fatto lunedì scorso, festa patronale di San Nicola da Tolentino, a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi.

Modugno, 26 settembre: don Nicola interviene a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi della città

Modugno, 26 settembre: don Nicola interviene a conclusione della cerimonia della consegna delle chiavi della città

A parte la considerazione che da molti anni l’autorità religiosa è l’unica che si preoccupa di intervenire secondo lo spirito della proclamazione di San Nicola da Tolentino a “patrono dell’Università [leggi Comune, sottinteso di Modugno] in occasione della peste avvenuta nell’anno antecedente 10 ottobre 1656”, poi riconfermata da regolare delibera dell’Università di Modugno del 15 maggio 1749, l’intervento di don Nicola è importante perché si occupa della drammatica condizione sociale ed esistenziale dei giovani, che costituiscono quella che viene chiamata “la generazione senza futuro”; una condizione che dovrebbe essere in cima ai pensieri e ai provvedimenti delle nostre autorità.

Si tratta di un intervento, che pur nel suo carattere sintetico, sollecita molte riflessioni e chiede un impegno a tutti perché sia garantito il futuro di ogni comunità.

La parte iniziale della delibera del 15 maggio 1749 dell'Università di Modugno, che registra l'intervento del regio Governatore,  del Sindaco e dei Decurioni (leggi: Consiglieri)

La parte iniziale della delibera del 15 maggio 1749 dell’Università di Modugno, che registra l’intervento del regio Governatore, del Sindaco e dei Decurioni (leggi: Consiglieri)

Trascrizione della parte della delibera sopra proposta

Trascrizione della parte della delibera sopra proposta

Qui di seguito l’intervento di don Nicola Colatorti.

“Festa di San Nicola da Tolentino

Si ripete l’annuale rito della consegna delle chiavi al nostro patrono S. Nicola. In questa circostanza gli abbiamo consegnato quelle situazioni che più mettevano in risalto le nostre necessità e abbiamo invocato il suo aiuto.

Quest’anno poniamo la nostra attenzione su quella parte della società che si apre ad un prossimo futuro, non solo per realizzare se stessa ma anche essere per noi forza trainante: ci riferiamo ai quasi 8.000 giovani della nostra città dell’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Parliamo dunque di quella parte intermedia della società che uscendo da una fase di dipendenza, si apre all’autonomia. Questo passaggio pone i giovani al centro della convivenza civile: è la società che li ha generati, li introduce in un mondo per renderli parte attiva ed è la stessa società che ne accoglie le loro giovani forze per farne un ricambio generazionale che garantisce una comunità efficiente e produttiva per il comune benessere. Per noi tutti essi sono un dono che ci prospettano e ci garantiscono un futuro.

Avere questa consapevolezza significa assumersi non solo il compito di un accompagnamento educante, ma anche creare spazi per possibilità operative. Talvolta sembra che la ruota della vita si inceppa e si ferma col titolo di studi e non vada oltre: certo dovuto ad una crisi generale a largo raggio, ma forse anche perché gli interessi individuali di una società adulta e sistemata sono così ripiegati su se stessa da non accorgersi di una generazione che incalza, che bussa, che cerca. E quel che è peggio, non ci si rende conto di un futuro che penalizzerà l’intera comunità gravata da un peso da essa stessa creato.

Questa incauta miopia fa riferimento non solo al mondo del lavoro che a noi appare il più esigente e il più drammatico, ma anche al bisogno di quel contesto virtuoso fatto di attenzione, di accoglienza, di dialogo, di solidarietà, di formazione la cui assenza colloca le giovani generazioni in un limbo, per molti versi senza via d’uscita.

Naturalmente le nostre considerazioni sui giovani non possono farsi ricadere esclusivamente sull’autosufficienza degli adulti, ma anche sul mondo a loro più consono cogliendone l’aspetto culturale di cui si nutrono e che a sua volta essi stessi producono.

La ricerca statistica a livello europeo fatta dal CENSIS ha rilevato che i giovani sono “lasciati al presente”, cioè sradicati dal passato e indifferenti al futuro: sembra che la memoria in loro non faccia presa, né si sentono proiettati verso un domani: dunque né ricordi né progetti, intenti a succhiare il momento presente. Eppure la giovinezza è normalmente considerata l’età della speranza nel futuro: e pensare che quel dato statistico rileva che sono proprio i più giovani a vedere meno rosea la vita che li aspetta.

Su questa inclinazione al presente si costruisce una generazione caratterizzata dal fantasticare, cioè dal vagare con la fantasia, senza concretezza, ma che si ferma solo alle emozioni priva di punti stabili di riferimento. Giustamente qualcuno ha definito la nostra una “società liquida” vale a dire instabile, fluida e fluttuante: una società che non accetta le strutture o le istituzioni ritenendole oppressive, la morale diventa inibitoria, i legami sociali – e tra queste le relazioni familiari – si fanno instabili, i valori sono svalutati, la stessa fede si fa evanescente a seconda delle emozioni che la rendono talvolta festaiola talvolta pietistica, nell’uno e nell’altro caso occasionale e senza fondamento.

Da quest’aria che tutti respiriamo non è immune il mondo giovanile. Certo avremmo bisogno di ben altri tempi per maggiori approfondimenti di un tema così serio, ma cogliamo gli spazi di questa circostanza per offrire il nostro suggerimento a questa parte della nostra società che ci sta a cuore.

A voi, cari giovani, oggi ci rivolgiamo: noi tutti, comunità parrocchiali e l’intera cittadinanza, e intendiamo accompagnarvi nei vostri passi che qui puntualizziamo:

  • Il lavoro guardatelo come segno della Provvidenza che ci sostiene: a quanti lo esercitano, diciamo che l’assenteismo e il sotterfugio non vadano a compromettere la consistenza dell’azienda e la vostra stessa occupazione. E a quanti di voi sono in cerca di lavoro, gridiamo: cercate pure in tutte le strade possibili, bussate agli uffici di collocamento, alle agenzie, aggrappatevi a tutti gli espedienti offerti dalla pubblica amministrazione, ma non vi fermate, quasi in una passiva dipendenza; cercate anche nel piccolo, nell’umile e, quel che più conta, mettete in moto la vostra creatività e intraprendenza. Nessuna indolenza vi mortifichi nel farvi sentire parcheggiati o mantenuti.
  • Coltivate i valori. Siano stabili: la rettitudine, la giustizia e particolarmente il senso di appartenenza alla comunità. La città vi appartiene, tenendo a mente che il disinteresse, l’evasione, la furbizia e il raggiro non appagano nessuno, perché mortificano il bene comune.
  • Coltivate gli affetti: che siano sinceri non istintivi: non consumatori di sesso ma costruttori di rapporti umani; le amicizie non siano furbescamente interessate, ma condivise. E là dove gli affetti si saldano per formare quella bella realtà che è la famiglia, siatene gelosi, abbiate premura che il nucleo famigliare sia solido e animato da dialogo, da tenerezza e non permettete che ci rimettano le parti più deboli.
  • Infine consentitemi – e questa circostanza ce ne dà motivo – consolidate la vostra fede. Voi siete esposti alle illusioni del momento per una vita senza senso. Il battesimo che vi ha segnato all’inizio della vostra vita possa essere la ragione delle vostre scelte quotidiane. La paternità di Dio non cessa di accompagnarvi in tutti gli eventi della vostra vita. La vostra fede non sia un fatto di circostanza che si esaurisce nel rito o nel folklore: confidate in Dio, affidatevi a Lui. La fede va molto oltre le effimere soddisfazioni e sa dare una risposta alle vostre difficoltà.

Questi propositi oggi li riponiamo nelle mani di S. Nicola, nostro patrono, perché li presenti a Dio nostro padre e li faccia ricadere su voi giovani e su noi tutti, perché dia a voi quel che cercate e a noi tutti la volontà di accompagnarvi.

Don Nicola Colatorti

Modugno 26 settembre 2016

Balsignano: l’urgenza di intervenire

Ieri pomeriggio ho ricevuto la visita di un caro amico, anche lui impegnato nella ricerca storica, soprattutto sul medioevo. Naturale, quindi, che la conversazione abbia toccato Balsignano, gli ultimi lavori di recupero e di restauro, che, sostanzialmente, sono stati ultimati da più di un anno. “Facciamo una capatina?”, mi ha chiesto. Gli ho subito risposto che il casale è chiuso e non si può visitare. Lui, però, ha insistito: “Potremo sempre fare un giro intorno alle mura medievali!”.

Read More

Una riflessione sulla fiera modugnese

In anteprima pubblichiamo l’editoriale sulla Fiera del Crocifisso, presente nel prossimo numero della rivista che è in corso di stampa. E’ il nostro contributo all’antica manifestazione modugnese.

La fiera nel mio paese

Page 2 of 3

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén