Category: Editoriali della Rivista

L’omicidio, a Modugno, di Giuseppe Lacalamita

La sera del 23 settembre del 2002 Beppe Mangialardi, ragioniere di 30 anni, e la fidanzata, che sarebbe diventata sua moglie nel 2003, si trovavano lungo una strada di campagna a Modugno per vedere in privato i fuochi d’artificio della Festa Patronale: proprio qui la ragazza ha visto il suo compagno morirle davanti cercando invano di difenderla. La rivista «Nuovi Orientamenti» si è occupata del vile omicidio attraverso un interessante editoriale a firma del prof. Serafino Corriero, pubblicato nel numero n. 105 del mese di Ottobre 2002 (Anno XXIV) che si ripropone integralmente.
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Anno XXIV N. 105 Ottobre 2002
Serafino Corriero
Editoriale

L’uccisione del rag. Giuseppe Lacalamita, avvenuta la sera del 23 settembre (festa di S. Nicola da Tolentino) nel corso di un tentativo di rapina ad opera di tre Albanesi residenti a Modugno, è un avvenimento che ha scosso profondamente la comunità cittadina, e che quindi ci obbliga a qualche riflessione che vada al di là dell’ambito puramente criminale nel quale esso è maturato. È evidente che episodi di tale portata vadano innanzi tutto inquadrati in fenomeni generali, o addirittura epocali (le grandi migrazioni di massa) che caratterizzano il tempo in cui viviamo, ma questo non ci esime dal ricercare anche le ragioni peculiari e le condizioni specifiche che innescano o alimentano fenomeni gravi di devianza o di criminalità organizzata. Anche perché, di fronte a questi fenomeni, una comunità, piccola o grande che sia, tende istintivamente (e sbrigativamente) a rinchiudersi in sé, individuandone le responsabilità solo in fattori ad essa esterni, che siano sopraggiunti ad “inquinare” la propria presunta purezza ed innocenza.

Una prima considerazione intorno a questo tragico evento ci viene suggerita da una scritta razzistica apparsa nella villa comunale (“Da Durazzo a Tirana tutti figli di puttana”). Essa rivela il tentativo – piuttosto maldestro, in verità, ma da non sottovalutare – di innescare a Modugno un conflitto con una comunità di immigrati – quella albanese – che, pur essendo la più numerosa del nostro territorio, non aveva finora dato motivi di particolare preoccupazione per la convivenza civile e l’ordine pubblico, ma che, anzi, si è nel complesso ben integrata nella nostra comunità, offrendo a tanti Modugnesi – che magari ora “storcono il naso”- lauti guadagni nell’affitto delle abitazioni (spesso squallide soffitte), braccia robuste in lavori materialmente pesanti (agricoltura, edilizia, commercio), palle ricurve in altri lavori socialmente ingrati (attività domestiche, assistenza ad anziani infermi, ecc…).

Ha fatto bene, dunque, il sindaco di Modugno, Pino Tana, a mettere subito in guardia la città dal rischio di una “caccia alle streghe” anti-albanese, ma crediamo che i Modugnesi siano abbastanza smaliziati per cedere a questa insidia, se non altro perché la nostra città è da molto tempo ormai molto poco “autoctona” e prevalentemente composta da “forestieri” di varia provenienza.

Più subdolo e pericoloso ci sembra invece un altro rischio, che, scossa da un fatto criminoso così rilevante, si insinui nella coscienza collettiva dei Modugnesi l’inclinazione a distinguere tra una criminalità “minore” normale, accettabile, o addirittura “legittima”, e una criminalità “maggiore” pregiudicata, esecrabile, e pertanto “contro regola”, nell’illusione che la tolleranza della prima ci salvaguardi dalla ferocia della seconda. Non è affatto vero, tra l’altro, che furti, scippi, piccole rapine ed estorsioni, quando non siano episodi isolati ma costituiscano – come avviene a Modugno – un contesto permanente del nostro vivere civile, siano fatti meno violenti, meno laceranti, meno angoscianti di un funesto omicidio: essi vengono ad inficiare fortemente la sicurezza collettiva, a sconvolgere la vita quotidiana di chi ne è colpito, e fra tutti, in particolare, quella dei più deboli e indifesi, i bambini egli anziani. La criminalità, insomma, non è né “micro-” né “macro-”, ma è sempre crimen, cioè dis-crimen, cioè “separazione”, anomalia, che merita di essere segnalata, giudicata e punita, nel ripetto, naturalmente, delle norme e delle finalità fissate dalla legge.

Un’altra osservazione ci sembra di dover fare in ordine a questo tema. Tutti i fenomeni criminosi, piccoli o grandi che siano, non possono essere isolati da un più ampio contesto che mette in discussione non solo i comportamenti di individui o di gruppi isolati, ma anche quelli di gran parte dei cittadini, se non addirittura dell’intera comunità. Si tratta di quei comportamenti illegali e incivili che, quando siano anch’essi socialmente diffusi, costituiscono una fonte costante di corruzione, di degrado, di deterioramento morale, sul quale s’innesta e prospera la più aggressiva criminalità.
Inciviltà, illegalità e criminalità sono insomma tre livelli di un unico edificio, direi meglio di una piramide nella quale quanto più estesa è la base (l’inciviltà), tanto più ampi e contigui sono il corpo centrale (l’illegalità) e il suo vertice (la criminalità): tre livelli non rigidamente separati, ma elastici e intercomunicanti, interdipendenti, reciproca mente condizionati. Non è un caso che i grandi fenomeni criminosi del nostro paese (mafia, camorra e loro varianti) siano concentrati nelle aree più degradate e meno vivibili di esso, là dove l’illegalità e l’inciviltà sono così diffuse da essere considerate ormai endemiche e da rimanere il più delle volte “non-crimi- nate”, non più segnalate, e quindi impunite. Chi si cura più oggi, a Modugno, di andare a denunciare ai carabinieri il furto di una bicicletta o lo scippo di una borsetta?

Nella nostra città, dunque, come del resto in gran parte dell’Italia meridionale, questo tessuto di connivenza e di connessioni con la criminalità è sempre stato abbastanza ampio, e forse oggi si va estendendo, di pari passo con il progressivo intensificarsi della congestione urbana, del degrado ambientale, delle disuguaglianze economiche, sociali, culturali. Così a Modugno, per fare qualche esempio, sembra ormai «normale» passare col rosso al semaforo, guidare il motorino senza casco, sorpassare a destra, ignorare le strisce pedonali, sostare in doppia – tripla fila davanti alle rosticcerie, depositare sulla strada contenitori e bottiglie dopo aver consumato pizza birra in auto, portare il proprio cane a fare i suoi bisogni davanti alle case altrui, scaricare in periferia rifiuti di ogni tipo (inciviltà), oppure affittare una casa «in nero», non pagare i contributi ai dipendenti, non esporre i prezzi in vetrina, costruirsi una stanza in più, abbattere la facciata di un edificio storico (illegalità); per non parlare, infine, di quelle situazioni “legittime”, ma non per questo meno intollerabili, come le antenne e i ripetitori in pieno centro, i complessi edilizi abnormi, le nauseanti puzze quotidiane, le colonie di cani randagi e aggressivi.
Questi ed altri simili comportamenti (da alcuni dei quali neppure chi scrive pretende di essere esente) sono qui da noi così diffusi e ormai accettati che, quando ci rechiamo in altre regioni del centro-nord d’Italia, o in altri paesi europei, restiamo come stupefatti e quasi disorientati di fronte all’ordine, alla pulizia, al rispetto delle cose e delle persone, e noi stessi – i meridionali – ci sentiamo come a disagio, come “osservati”, e per questo stiamo ben attenti a comportarci bene, ad essere precisi e disciplinati. Così, allo stesso modo, i forestieri e gli extracomunitari che vengono ad abitare a Modugno avvertono subito la “qualità” dell’ambiente che li circonda, e tendono di conseguenza ad adeguarsi, quando, naturalmente, non abbiano già per proprio conto una individuale conformazione mentale e morale ben consolidata, sia in senso positivo che in senso negativo. Non di rado, fra i miei non pochi amici albanesi (gente di tutto rispetto, che potrebbe insegnare civiltà e moralità a tanti nostri concittadini), ho sentito dire che «Modugno è più o meno come l’Albania»: pare, insomma, che sia il paesaggio urbano sia quello civile della nostra città non siano poi molto “distinti” rispetto a quelli di Durazzo e di Tirana, così volgarmente offese in quella miserevole scritta. E che dire poi del gusto tutto modugnese del “frecare” ad incauti malcapitati qualunque oggetto lasciato appena incustodito, dalla bicicletta all’ombrello, dall’utensile domestico ad un attrezzo agricolo?
Di fronte a problemi di tale portata le istituzioni appaiono spesso inadeguate, ma evidentemente le risposte non possono essere soltanto repressive. Certo, i Carabinieri dovranno essere più presenti sul territorio, i Vigili Urbani dovranno essere più vigili, ma, dopo l’uccisione del giovane Lacalamita, toccherà a tutti noi cittadini modugnesi compiere lo sforzo più difficile: quello di modificare alcune cattive abitudini per innalzare il livello di civiltà complessivo del nostro territorio, cominciando magari a fermarci sempre davanti ad un semaforo rosso, anche se l’ora è tarda e dall’altra parte non viene nessuno. Ma la più grande responsabilità, in questo campo, compete ai presenti e futuri amministratori del nostro Comune: rendere la città più vivibile, più decorosa, più dignitosa. La ristrutturazione della villa comunale, la realizzazione del parco di via Verga, il rifacimento della pavimentazione nel centro storico, la ristrutturazione della piazza Romita Vescovo costituiscono importanti successi, ma ancora molto resta da fare: aiutare le scuole nell’opera di integrazione multietnica, incrementare i centri di promozione culturale, attivare nuovi impianti sportivi, cominciando con l’aprire subito la piscina comunale, che tanti giovani può sottrarre ai rischi della devianza. Purtroppo, i nostri Amministratori e dirigenti politici sono impegnati da mesi in estenuanti e penose trattative “per trovare nuovi equilibri” all’interno dei partiti e dei gruppi di maggioranza: a loro evidentemente interessa più chi deve fare l’assessore che non che cosa un assessore deve fare.

C’era una volta Piazza Sedile

Editoriale anno VIII, n. 5-6 settembre, dicembre 1986

Piazza Sedile: ultimo angolo di storia vivente della città, non ancora completamente ingoiato dal dio consumismo, al quale l’attuale società non esita ad immolare il suo passato.
È qui che si trova l’antico Sedile, nel quale gli eletti nobili della «Università» di Modugno si radunavano per deliberare intorno all’amministrazione della città.

Qui, sino a qualche decennio fa, si ritrovavano i braccianti per chiedere lavoro a lor signori i proprietari terrieri.
È qui che si trova l’ampio sagrato della seicentesca chiesa del Purgatorio, davanti al quale i «giacobini» modugnesi, aderendo alla Repubblica Partenopea nel 1799, piantarono «l’albero della libertà».
Qui, infine, i diversi istituti dell’associazionismo cittadino, dalle prime società operaie di mutuo soccorso della seconda metà dell’Ottocento a quelle più recenti di pensionati, artigiani e militari in congedo, alla «Cooperativa degli Edili di Modugno» del 1952, hanno impiantato la loro attività. Il grembo, quasi materno, di piazza Sedile ha sempre riservato un cantuccio ad ogni sodalizio e, pertanto, nel suo spazio vitale hanno potuto trovare ospitalità anche le sezioni locali di quasi tutti i partiti. Tutto ciò ha reso sempre piazza Sedile un luogo unico nella coscienza dei cittadini; un luogo che, profondamente umanizzato, nel bene e nel male, dall’azione della storia e dalle manifestazioni di socialità di un popolo, ha contribuito al radicamento di ogni soggetto nella sua comunità. Ed in effetti, ancora oggi, piazza Sedile si offre di buon grado come centro di rappresentazione della vita collettiva e a tutti sempre porge un amico o un conoscente che aiuti a sfuggire all’anonimato dei condomini. Si può essere stufi di certe facce che stazionano perennemente sui larghi marciapiedi, ma non si può concepire un modugnese che non si soffermi in piazza Sedile non appena ne abbia l’opportunità.

Ed ecco, allora, i crocicchi serali, nei quali ognuno si può infilare. Ecco i politici locali, immancabili nelle mattinate domenicali, ostentare la loro autorità, assicurare soluzioni ad ogni problema o appartarsi fra di loro per comunicazioni riservate. Ecco, ancora, i vecchietti che, seduti davanti alle società, assaporano il tepore del sole primaverile o la frescura all’ombra dei palazzi e, pazienti, puntano gli occhi sul teatro che sempre si sgrana.
Ed, infine, ecco la piazza dei comizi, delle celebrazioni ufficiali, delle feste popolari, delle feste religiose, dei «Giochi della Gioventù», delle manifestazioni culturali.

E, così, la storica piazza si presenta come un palcoscenico naturale, sul quale la «commedia» della vita e della storia trova i suoi attori e i suoi spettatori. Ma…, c’è, purtroppo, un preoccupante interrogativo sul futuro di questo centro collettivo di rappresentazione della «modugnesità»; e già oggi piazza Sedile la si intravede ingabbiata in luccicanti insegne, in geometrizzanti boutique e, perché no, nel caos di un fast food. Sulla base dei nuovi insediamenti, un pittore potrebbe già ridisegnare la piazza dell’immediato futuro: pedane di ingresso a lussuosi negozi che avanzano sui marciapiedi; vetrine in nitido cristallo che, nascondendo gli antichi palazzi, ostentano l’accattivante prezziario di magliette firmate; il fumo untuoso di una probabile friggitoria.
Di certo, non spetta ai proprietari porsi problemi su tale evoluzione (involuzione?) moderna di piazza Sedile: siamo in una logica di mercato e ad ognuno è data facoltà legittima di far fruttificare i suoi soldi.
Ma il Consiglio e l’Amministrazione Comunale possono assistere inerti al nuovo fenomeno?

Certo, si potrà ben dire che Modugno, come tanti altri comuni, non ha ancora il «Piano per la Disciplina del Commercio» e che, pertanto, non può essere negata la licenza, in qualsiasi luogo, a chi ne faccia richiesta.
E, allora, dopo gli anni Cinquanta e Sessanta che, con la costruzione dell’Asilo Nido, dell’Ufficio Postale e dei tre grattacieli, hanno rovinato un equilibrio architettonico secolare, dovremmo essere ancora oggi spettatori passivi del prevedibile divoramento consumistico della storica piazza? Non si potrebbe pensare ad un progetto stralcio che, subito, disciplini l’apertura di negozi e vetrine in piazza Sedile?
Un avvertimento, infine, vorrei dare ai politici: «Attenti: una piazza Sedile non più ricca di socialità, ma gonfia di negozi, non potrebbe più offrire un sicuro uditorio ai vostri comizi».

Raffaele Macina

Editoriali prima pagina

[2012] Precari di tutto il mondo, unitevi
[2012] E sul lungomare si stagliava imponente la donna di Bari
[2013] Una maggioranza senza colore politico
[2013] Campagna elettorale con i soliti ingredienti
[2013] Un idillio familiare esaltato dal cielo di Puglia

E la giustizia vigila sul nuovo Regio Governatore


Editoriale a firma del prof. Serafino Corriero:

Nella nuova sede del Sindaco (dott. Nicola Magrone) una scritta del ’500 ammonisce ad essere un governante giusto e benevolo.

Dall’ottobre 2016, a seguito dei lavori di ristrutturazione del Palazzo Santa Croce, sede storica del Comune di Modugno, il Sindaco in carica, Nicola Magrone, ha trasferito il suo ufficio, a tempo indeterminato, al 2° piano del rinnovato palazzo cinquecentesco di via Vito Carlo Perrone, già denominato “della ex-Direzione”, ma ora, per decisione degli attuali amministratori, detto “Palazzo La Corte”, e infine, sulla base di una accurata ricerca storica condotta dal prof. Raffaele Macina, e pubblicata su questo stesso numero, prossimo – si spera – ad essere definitivamente rinominato come “Palazzo del Regio Governatore”. Perché questo palazzo, il più antico fra i palazzi pubblici della città, tra il 1578 e il 1806 ospitò effettivamente il Governatore della città regia di Modugno, nominato direttamente dal governo centrale del Regno di Napoli, e proprio qui ha voluto insediarsi il sindaco Magrone, forse an- che suggestionato dalla sacralità storica del luogo. Sta di fatto che, al primo piano di questo palazzo, proprio sotto il suo ufficio, si trova quello che doveva essere il salone di rappresentanza del Governatore, dove, su una parete, in alto, campeggia un affresco molto bello raffigurante un’allegoria della Giustizia, rappresentata in figura di giovane donna coronata che, seduta tra due leoni, regge con la mano destra una lunga spada levata in alto e con la sinistra una bilancia a due coppe perfettamente equilibrata: immagine del tutto coerente con la personalità del sindaco Magrone, già pretore, procuratore e giudice presso varie sedi giudiziarie italiane. Ma sta di fatto anche che, in testa e ai piedi della leggiadra fanciulla, lo sconosciuto autore del dipinto, per chiara volontà del committente, ha pennellato anche due epigrafi in parte mutile (ma ricostruite e interpretate da chi scrive), il cui contenuto invece sembra che non si addica molto all’attuale rappresentante del potere politico e amministrativo locale, che può ben essere considerato una sorta di moderno “regio governatore”. La scritta in alto, per cominciare, che si estende per tutto il lato del riquadro, recita infatti così: “Libere sperate in me omnis congregatipopuli (Fiduciosamente sperate in me, voi tutti popoli comunque associati). Si tratta di una parafrasi e amplificazione del versetto 9 del Salmo 61, che, nelle parole attribuite al re Davide, si rivolge al popolo d’Israele, e che qui invece viene esteso ad ognuna delle “associazioni di popolo” che intendono affidarsi alla protezione divina (e, in subordine, nel nostro caso, a quella del Governatore). E tale benevola sollecitazione doveva essere molto diffusa nel Regno di Napoli almeno a partire dal ’500, se la si ritrova – o la si ritrovava – all’ingresso della cappella del beato Gaetano nella chiesa napoletana di S. Paolo Maggiore, così come indicato nel “Supplimento a ‘Napoli sacra’ di don Engenio Caracciolo”, di Carlo de Lellis, edita nel 1654. Ebbene, si può dire che la “congregati populi Me-dunensis possa fiduciosamente sperare nell’aiuto e nella protezione del sindaco Magrone? Non pare, visto che, dopo le politiche anche troppo concilianti delle passate amministrazioni (in particolare, quelle di Pino Rana), l’attuale governatore della città ha aperto nel corso dei suoi mandati, a torto o a ragione, una serie numerosa di contestazioni, contenziosi e conflitti con diversi settori della società modugnese, dalle associazioni che occupano locali di proprietà comunale ai commercianti del mercato settimanale; dai residenti di via Salvo d’Acquisto, inviperiti per il mancato spostamento del mercato, ai commercianti e residenti della nuova Piazza Umberto; da tutti gli amministratori succedutisi negli ultimi 12 anni (chissà perché non anche quelli di prima), ai 13 consiglieri comunali dimessisi il 22 agosto 2014, che, conia loro “oltraggiosa fuga”, determinarono lo scioglimento del Consiglio Comunale e la fine della prima giunta Magrone); dai gestori delle piscine comunali, chiuse ormai da più di un anno, alla Tersan Puglia, che lavora i rifiuti organici di mezza provincia, ma non quelli di Modugno; dai dipendenti comunali che osteggerebbero le sue iniziative, ai funzionari del Comune poco inclini alla pronta obbedienza, qualcuno dei quali, addirittura, pubblicamente accusato e denigrato sulla pagina facebook del Sindaco. E che dire del conflitto, anzi, della guerra, proclamata in nome della legalità contro tecnici e operatori delle costruzioni, indotti a cortei e manifestazioni pubbliche di protesta contro il blocco sostanziale dell’edilizia nella nostra città? “Libere sperate in me…”! L’altra epigrafe, poi, posta in un ovale ai piedi della Giustizia, contiene un testo più complesso, ed anche più ricco di contenuti educativi per un amministratore pubblico. Essa, infatti, recita così: “Iustitia, quae natura fuerant communia, distribuii unicuique suum principi, populo patribusque tri bums’ (La giustizia, i beni che per natura erano stati comuni, li distribuì, a ciascuno attribuendo il suo, al principe, al popolo e ai nobili). L’aforisma consta di due, o forse di tre parti. La prima riprende un concetto presente in Cicerone, il quale, nel suo De Officiis (I, 21), sostiene che non esistono beni privati “per natura”, ma che i beni privati discendono dalla passata distribuzione dei beni “che erano stati per natura comuni”, per cui “quella parte che a ciascuno toccò in sorte, ognuno se la tenga; e se qualcuno bramerà impadronirsi di qualunque bene (già assegnato), violerà il diritto dell’umana società”. Insomma, emerge in Cicerone (e nel diritto romano) una forte difesa della proprietà privata comunque costituita, “o per occupazione di luoghi disabitati, o per conquista”. La seconda parte della scritta stabilisce l’obbligo, che è proprio della Giustizia, di “assegnare a ciascuno il suo”. Anche questo ammonimento si trova in Cicerone (De natura deorum, III, 15); ma poi, ripreso dal grande giurista romano Eneo Domizio Ulpiano (II-III see. d. C.), è passato, attraverso le Insitutiones di Giustiniano, imperatore bizantino del VI secolo, nel corpo del diritto moderno, sia civile che ecclesiastico (“unicuique suum è anche il motto che campeggia sotto la testata de “L’Osservatore Romano”, il giornale del Vaticano). La terza parte, infine, amplifica e precisa chi sia questo “ciascuno”, individuandolo nelle tre componenti costitutive della società europea fino alla Rivoluzione Francese: il principe, il popolo, i nobili. Al fine, dunque, di garantire l’armonia sociale e la pratica del buon governo, a ciascuno di questi la Giustizia, ovvero chi la esercita sulla base di un mandato sovrano, deve assicurare ciò che gli spetta. E allora il sindaco Magrone, che oltretutto è un uomo di legge, rifletta ogni mattina, quando arriva nel suo ufficio, su queste parole, e si sforzi di “dare a ciascuno il suo”, di riconoscere a se stesso (il principe) l’autorità del governo cittadino, ai semplici Modugnesi (il popolo) una serena vivibilità quotidiana (gli uffici, il traffico, il mercato, la Fiera, la piscina, i locali per le Associazioni benemerite), ma anche ai “nobili” (i commercianti, gli artigiani, gli ingegneri, i costruttori) la possibilità di lavorare onestamente. E se questi ultimi chiedono insistentemente di essere ricevuti ed ascoltati per esporre le ragioni del loro disagio (e quelle di mezza città), faccia il principe giusto e benevolo, non il giustiziere, e li riceva, finalmente! “Unicuique suum… ”.

Una riflessione sulla fiera modugnese

In anteprima pubblichiamo l’editoriale sulla Fiera del Crocifisso, presente nel prossimo numero della rivista che è in corso di stampa. E’ il nostro contributo all’antica manifestazione modugnese.

La fiera nel mio paese

I motivi di una iniziativa

Editoriale  numero 0,  Giugno 1979

Quella che stiamo attraversando è una crisi profonda e generale, di natura economica, politica, sociale e morale. Di dimensioni, storiche e geografiche, tanto vaste, essa esce dalle Borse internazionali e dai ristretti centri finanziari, dalle sedi dei partiti, dove si delineano le grandi strategie politiche, dai laboratori di sociologia e di statistica, ed entra nella coscienza di ciascuno, per diventare crisi della coscienza individuale, appannamento di valori e di progetti razionali. Diventa crisi capillare, molecolare.

Di fronte ad una situazione di questo tipo le alternative possibili diventano sempre più ristrette. Una può essere costituita dal rifiuto dell’impegno pubblico e della politica, cercando riparo nel privato e nel personale. Un’altra — di segno opposto, ma psicologicamente molto simile — è nel rifiuto del dialogo e del confronto culturale ed ideale, nella esasperazione delle divisioni ideologiche, cercando riparo, questa volta, sotto il tetto delle ideologie cristallizzate e dell’integralismo. Si assiste così al consolidarsi di fenomeni, apparentemente contraddittori, quali l’allontanamento dall’impegno politico attivo di masse consistenti, soprattutto giovanili, e l’affermarsi di movimenti fortemente ideologizzati o addirittura eversivi. Quando non si scelga una terza alternativa, quella più inquietante nella sua tragica assolutezza, come sta lì a indicare il numero crescente di suicidi nel nostro Paese, soprattutto tra giovani e donne (e che già fa parlare di caratteri «svedesi» della società italiana).

Questo quadro — forse un po’ schematico, ma indubbiamente realistico — diventa ancor più incalzante in un comune come il nostro, che da anni vive una fase di profonde trasformazioni sociali e culturali che hanno aperto molti più problemi e lacerazioni di quanti non ne abbiano sanati.

Su questo tessuto urbano, caratterizzato da disgregazione sociale, da una grave perdita di identità culturale sia da parte degli «indigeni» che degli immigrati, da una progressiva degradazione a quartiere dormitorio a ridosso della città, la crisi nazionale trova alimento per crescere ed acuirsi.

A questi fenomeni negativi le forze sociali, politiche, culturali locali non hanno avuto finora la capacità o il coraggio di opporre una azione di effettivo rinnovamento. Anzi, ai grandi entusiasmi ed alle speranze suscitati dai risultati elettorali ottenuti nel 1975 dalle forze progressiste e di rinnovamento presenti non solo nei partiti di sinistra, ma anche all’interno di quel partito che tante responsabilità aveva nell’impietoso stato del paese, dunque a quegli entusiasmi ed a quelle speranze si sono venuti progressivamente sostituendo la sfiducia e l’apatia.

A questa situazione, certo non facile, noi del gruppo redazionale di «Nuovi Orientamenti» abbiamo creduto di trovare una risposta — una delle tante possibili, si badi, dunque non esaustiva nè taumaturgica — nella creazione di uno strumento che potesse servire a ritrovare un filo conduttore in una realtà tanto disgregata; che desse voce a tutti quei fermenti positivi che senza dubbio esistono; di uno strumento, infine, che riuscisse, con le armi del confronto, della proposta e anche della denuncia, quando è necessario, a risvegliare questo comune dal torpore in cui sembra caduto. La nostra vuole essere infatti una rivista aperta al contributo di tutti, pronta ad accogliere tutte le voci, con l’unica discriminante dell’antifascismo e del rifiuto di ogni forma di integralismo.

Rivista che rifletta la realtà di questo comune e che contribuisca a trasformarla e rinnovarla, dunque; ma non rivista municipalistica o, peggio, campanilistica. Mai come in questo momento è necessario invece dare un respiro più ampio ai problemi che si agitano nel paese, collegandoli alle grandi questioni nazionali. Anche di questo si avverte il bisogno oggi a Modugno, dove il dibattito politico è scaduto a polemiche prive di slancio ideale e quello culturale è quasi del tutto assente. Qualcuno obietterà che si è stufi di parole e che è tempo di «passare ai fatti». Si tratta di intendersi su cosa significhi agire. Una rivista che riesca a rendere operanti le caratteristiche ed i propositi che abbiamo delineato è anch’essa un modo di agire, è un modo per trasformare la realtà.

Nel titolo che ci siamo dati, «Nuovi Orientamenti», abbiamo voluto che fosse trasparente il progetto complessivo che ispira la nostra iniziativa. Si avverte con forza oggi fra la gente il bisogno inappagato di una profonda trasformazione della realtà o, come si usa dire, di una nuova qualità della vita. Nuova qualità della vita vuol dire modo nuovo di produrre la ricchezza e oggetti diversi della produzione, corrispondenti ai bisogni reali e più profondi dell’uomo.

Significa instaurazione di rapporti interpersonali non più fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla sua emarginazione, fisica, culturale e sessuale, nel rapporto uomo-donna, ma su una piena uguaglianza materiale e morale e su un nuovo spirito di tolleranza. Senonché la realizzazione di questa nuova dimensione non è appannaggio esclusivo di un solo movimento ideale o politico né una delega in bianco da rilasciare ad altri (alla «classe politica», a «chi sta a Roma» o «sul comune»). Essa può invece concretizzarsi solo attraverso un complesso processo di elaborazione collettiva e di creatività individuale. Su un ultimo punto è necessario fare chiarezza. Una rivista che voglia restare fedele fino in fondo ad obiettivi come quelli che si pone «Nuovi Orientamenti», deve essere una rivista rigorosamente autofinanziata, in grado di respingere qualsiasi forma di controllo e di pressione esterna. Questo assunto fa a pugni, purtroppo, con la realtà molto difficile in cui versa oggi la stampa quotidiana e periodica in Italia. Fare una rivista o un giornale, senza finanziamenti solidi alle spalle, significa lavorare in perdita.

Di questo siamo consapevoli. È perciò necessario che tutti diano il loro contributo perché «Nuovi Orientamenti» possa non solo sopravvivere, ma svolgere fino in fondo la funzione per la quale è nata.

Anno 0 N. 0 Giugno 1979
Prof. Raffaele Macina

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