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In tanti con “Legambiente” per pulire Balsignano

Anno XLII N. 172 Gennaio 2020
Cinzia Milella

Ci aspettavamo una grande affluenza, ma non quanta ne abbiamo ricevuta. Davvero una festa di impegno quella di sabato 5 ottobre 2019 per l’iniziativa “Puliamo il mondo” di Legambiente Modugno.
Piccoli scolari del III Circolo didattico di Modugno, studenti della scuola media Casavola e dell’istituto Tommaso Fiore con docenti e genitori, hanno affollato letteralmente i due gazebo di Legam- biente, situati all’ingresso del casale di Balsignano.
La scelta della location non è stata casuale, perché abbiamo voluto anticipare con un gesto che leghi ambiente, storia e cultura, le celebrazioni per il primo millennio di Modugno. Lappuntamento era per le ore 9,00, ma già dalle ore 8,00 gruppi di studenti e semplici cittadini erano in P.zza De Nicola, dove l’Amministrazione Comunale aveva messo a disposizione il bus navetta per il trasporto. Molti hanno scelto di incamminarsi a piedi, altri in bicicletta e moltissimi con il mezzo pubblico.
Una vera festa di civiltà e impegno ambientale.
Il “cammino materano” è stato ripulito letteralmente da rifiuti di ogni genere: cataste di vetro, plastica, cartoni e indifferenziato che i camion della Nativa hanno caricato e trasportato al centro raccolta.
Erano presenti molte associazioni, ed è partita anche la campagna di tesseramento per Le- gambiente del 2020. Il presidente Ezio Fiorenza e l’Assessore alle politiche ambientali Tina Luciano hanno aperto l’evento con un ringraziamento generale e con l’auspicio che giornate come queste possano sviluppare la cura e il senso di appartenenza al territorio.
La partecipazione entusiastica dei bambini e dei giovani ci ha dato la misura che tutto parte dall’educazione e dall’esempio che noi adulti abbiamo il dovere di dare alle nuove generazioni, dalle quali in questo momento storico stiamo ricevendo una lezione di amore per l’ambiente e di protesta contro il cambiamento climatico.
Le attività del circolo Legambiente Modugno continuano con numerosi progetti rivolti sempre ad accendere la consapevolezza che lo spazio che ci appartiene va tutelato con l’impegno personale.
Il fiume giallo ha percorso il cammino materano che costeggia il casale di Balsignano e il connubio tra ambiente e storia ha scritto una pagina di amore per la propria terra e di speranza per un futuro migliore.

Il fascino della festa di Balsignano

La parrocchia di S. Agostino, e la rivista Nuovi Orientamenti, in collaborazione con il Comitato Feste Patronali, l’UTE dott. Franco Del Zotti e Radio MB, col patrocinio del Comune di Modugno e della Presidenza del Consiglio Regionale della Puglia, suscitano un’atmosfera di pace e di magia nell’antico casale medievale

Anno XLI N. 171 Luglio 2019
Caterina Sassi

Si è svolta, domenica 2 giugno, la terza edizione della festa di Maria Santissima, di Balsignano. Una festa particolare, sia per il luogo in cui si svolgeva, che per la sua doppia matrice storico-religiosa. Non un teatro, ma una platea all’aperto, immersa, negli ulivi e lontana dal frastuono cittadino. Sobrio l’allestimento dell’altare, esaltato dalla presenza, di un antico quadro della Madonna, risalente al 1908, opera, di Michele Montrone. Quadro che risale ad una. terribile siccità, che proprio nel 1908 colpì la Puglia, intera, e che, come recita la didascalia sul retro del quadro, «i cittadini modugnesi vollero dedicare a Maria Santissima di Balsignano da loro invocata, con preghiere e processioni perché ritornasse la pioggia». Donato dalla famiglia Lacalamita alla parrocchia sant’Agostino questo quadro, insieme a quello ideato da Daniela Saliani due anni fa, creava una suggestiva cornice a ridosso del muro di cinta del castello.
Ancora qualche minuto di attesa e, nel silenzio più profondo, iniziava la messa sulle suggestive note di un canto eseguito dal coro parrocchiale. E proprio il contatto con una. natura, incontaminata, attribuiva alla celebrazione un significato più ampio, ispirato sì alle pagine del Vangelo ma, principalmente, al senso di solitudine e indifferenza, del fattuale società, ivi compresa, quella di Modugno. Molto incisive le parole del parroco don Luigi, che, con una foga, per lui inusuale, cercava di risvegliare nei presenti il senso del Divino, con l’invito di “tornare a Gesù”, in una società, allo sbando, dal punto di vista, morale. Attraverso Maria, questo è possibile, egli affermava. Parole chiare che, in questo piccolo oasi di pace, creavano un impatto diretto, quasi un contatto ravvicinato con la religiosità, del momento.
Più volte, durante la celebrazione eucaristica, si faceva riferimento al vento, realmente presente in quel tiepido mattino di primavera, ma. metaforicamente riferito al vento di diffidenza, chiusura e violenza, che soffia sul nostro tempo. Una celebrazione con un alto senso di partecipazione dei presenti ed una. rara, sensazione di pace ritrovata.! Terminava qui la prima parte della manifestazione, che proseguiva nel pomeriggio con una conferenza sul tema “Castelli e cultura ai tempi di Federico II. La Scuola Siciliana, prima esperienza di lirica in volgare »
Un intreccio di temi apparentemente distanti fra loro ma che, attraverso un interessante excursus storico-letterario conducevano, in realtà, a Federico II e alla Casa Sveva, che ebbe due grandi e coraggiosi strenui sostenitori in Filippo e Jacobo da Balsignano.
Dopo l’intervento di don Luigi, che definiva, il Casale ‘salotto culturale’ da valorizzare ancora, di più, prendeva la parola il prof Macina, riproponendo un momento interessante della storia di Balsignano. “E un luogo magico”, egli diceva, in premessa, ed il suo vero tesoro non è costituito da. ciò che in realtà, si vede, ma da quanto è ancora, custodito nel sottosuolo. Infetti, ogni scavo effettuato nel passato ha portato alla luce qualche preziosa reperto, per cui molto resta, da scoprire. La tenacia con cui il direttore della rivista, si batte da decenni per ulteriori interventi di riqualificazione del Casale e dei tanti progetti che ha in animo di realizzare meriterebbero maggiore sostegno da parte degli enti pubblici.
Prendeva, la parola il sindaco Magrone che, riconoscendo il valore storico del Casale, ricordava chele fasi del suo recupero sono state merito di un lungo lavoro di tecnici e studiosi.
Era quindi la volta, del prof. Serafino Corriero, che, con il suo dotto intervento sulla Scuola Siciliana , ne analizzava, i rapporti con Federico II di Svevia. Un viaggio risalente al 1322, quando l’Imperatore rinnovò la concessione del Casale ai benedettini dell’abbazia di San Lorenza di Aversa, che vi costruirono un Cenobio con una chiesa, una torre e diverse celle monastiche. Una scuola, affermava, il prof. Corriero, intesa, non come semplice luogo di incontro per poeti e letterati, ma come centro di formazione culturale, diretto da. Federico II, che trasferì a Palermo la sua corte tale scuola fu importante non solo dal punto di vista, letterario, ma anche dal punto di vista, politico, dal momento che essa, si poneva l’obiettivo di ridimensionare l’autorità, papale ed ecclesiastica, a vantaggio di una formazione più laica.
Fu questa, finalità, a determinare la prima composizione di una lirica, non più celebrativa di temi religiosi ma ispirata all’amore, sostituendo la dotta, lingua latina conosciuta, da pochi, con una forma linguistica, più accessibile al volgo e, per questo, definita, “volgare’. Si passava, cosi, alla recitazione della lirica. «Rosa, fresca aulentissima!» di Cielo d’Alcamo, che park del contrasto amoroso fra un insistente corteggiatore ed una poco resistente Madonna. Come sempre, impeccabile la recitazione di Roberto Petruzzelli e Betty Lusito. Ultimo punto in scaletta, il momento musicale, affidato alla stessa Betty Lusito ed al maestro Giuseppe Petrella, che proponevano una molteplicità, di madrigali e canti medievali, eseguiti dal vivo ed ispirati alla tradizione ebraica, a quelle in lingua, ladina e in greco, insieme a villanelle e storie di amori profondi. Interessante l’uso di strumenti musicali medievali e rinascimentali, come la tiorba, e la chitarra spagnola, strumenti a corde, appartenenti alla grande famiglia dei liuti.

Ritorna a Balsignano l’antica tradizione della seconda domenica di maggio

La Parrocchia Sant’Agostino e la rivista “Nuovi Orientamenti” in collaborazione col Comune di Modugno, hanno fatto rivivere l’antica tradizione del miracoloso ritrovamento del quadro di Maria SS. di Balsignano

Anno XXXIX N. 165 Luglio 2017
Caterina Sassi

Il tepore primaverile di un pomeriggio domenicale, una data inconsueta nella normale programmazione della rivista Nuovi Orientamenti e della Parrocchia Sant’Agostino, ed un sito, non ben impresso (ahimè!) nella memoria “distratta” dei Modugnesi, sono stati gli elementi di richiamo per rincontro che si è svolto domenica, 14 maggio, presso il Casale di Balsignano, realizzato in collaborazione col Comune di Modugno. Tanti i presenti, alcuni giunti anche da fuori città, da sempre affezionati lettori della rivista, che si ritrovavano in un luogo ameno, per assistere ad una cerimonia che, ad una prima occhiata, appariva come una festa campestre, ma che, in realtà, consisteva nella rievocazione di un antico rito che, fino agli anni Cinquanta, si svolgeva proprio in quel Casale, nella seconda domenica di maggio, in concomitanza con l’arrivo della stagione primaverile e la raccolta delle ciliegie. Un servizio d’ordine efficiente, il percorso verso l’ingresso ben tracciato e, passo dopo passo, gli ospiti giungevano nella corte antistante la chiesetta di Maria Santissima di Balsignano, all’interno del Casale.
Lo spazio d’accoglienza, tipicamente agreste, consentiva ai presenti di posizionarsi come meglio credevano: chi su ampi gradoni in pietra, chi sulle poche sedie disponibili, altri, infine, impegnati in un continuo andirivieni, determinato dal piacere di “essere”, finalmente, all’interno di un sito, definito “monumentale” da tanti illustri studiosi (qualcuno anche straniero), ma, purtroppo, poco conosciuto dagli stessi Modugnesi.
Nella zona centrale della corte, ben protetta da una robusta cinta muraria, era allestito un altarino ed accanto, in posizione prominente, un cavalletto che sosteneva un grande quadro, ricoperto da un candido telo.
L’atmosfera, come sempre, esprimeva una cordialità non apparente tra amici di vecchia e nuova data, che si incontravano in un luogo spoglio nella sua nuda essenzialità, ma ricco di una storia millenaria, faticosamente sottratta all’oblio del tempo, grazie ad un lungo e tenace lavoro di studio-ricerca condotto, in prima persona, dal direttore di Nuovi Orientamenti, prof. Macina, e poi, come egli stesso ha scritto nel precedente numero della rivista (aprile 2017), da un “impegno di squadra” che ha coinvolto soggetti dotati di competenze e ruoli specifici, con assoluta gratuità e generosità! Un luogo che è, come direbbero alcuni, un “Miracolo del Tempo”, in un felice connubio fra natura, storia, cultura e religione.
Ultimi minuti di attesa e, alle 18,00 in punto, il prof. Macina rivolge ai presenti il suo saluto e le seguenti parole di benvenuto: ’’Questo pomeriggio si realizza un desiderio custodito, per decenni, dentro di me”; una frase che, nella sua apparente sinteticità, esprime un vissuto molto personale, quasi sofferto, all’interno di un progetto di studio, ricerca, sensibilizzazione e progettazione per il recupero di un autentico gioiello storico-artistico del nostro territorio, qual è, appunto, il Casale di Balsignano.
L’incontro di quel pomeriggio domenicale era, infatti, strettamente collegato ad un’antica leggenda di quel luogo, raccolta alla fine degli anni Settanta dalla viva voce di un anziano contadino. Si narra, in essa, del ritrovamento di un quadro con l’immagine della Madonna, nel corso di una fra le più frequenti calamità naturali che colpivano un tempo alcune zone della nostra regione. Si trattava delle cosiddette “méne”, corsi d’acqua violenti a carattere torrentizio che, scendendo dalle colline murgiane in seguito a piogge eccezionali, trovavano il loro “letto” naturale nelle “lame”, lunghi solchi del terreno, entro cui confluivano questi impetuosi corsi d’acqua, prima di raggiungere il mare.
Fu proprio nell’autunno di un anno imprecisato che la pioggia cadde copiosa ed ininterrotta per giorni e giorni: nei campi il livello dell’acqua continuava pericolosamente a salire, mentre i contadini assistevano, impotenti, alla furia devastante della pioggia che, impietosamente, travolgeva seminati e coltivazioni.
Un mattino, uno di essi, mentre si aggirava tristemente nella zona adiacente il Casale, in un mare di fango, notò qualcosa che affiorava appena da un cespuglio poco distante: incuriosito, vi si avvicinò cautamente e, con grande meraviglia, si accorse che si trattava di un quadro che incorniciava il volto di una Madonna. Si accorse anche, quel contadino, che, nonostante il fango ed il materiale di risulta che la forza dell’acqua trascinava con sé, il quadro era completamente asciutto.
Con stupore misto a commozione, gridò al miracolo e poi, stringendolo fra le braccia come una reliquia, corse verso la chiesetta, all’interno del Casale. Giunsero dai dintorni altri contadini e si recitarono preghiere e invocazioni. Si decise, infine, di portare in processione l’immagine fino a Modugno, affinché il miracolo fosse reso noto a tutti. Poi, sempre in processione e fra incessanti preghiere, il quadro fu riportato nella chiesetta di Balsignano. La leggenda narra che, durante quelle ore di concitato stupore, le nuvole minacciose e plumbee, che da giorni incombevano nel cielo e, soprattutto, nell’animo di quei poveri contadini, improvvisamente scomparvero, lasciando totalmente spazio al sereno. Il ritrovamento del quadro e la concomitante, provvidenziale, cessazione di quella calamità, fornirono la certezza dell’avvenuto miracolo che fu ricordato, fino agli anni Cinquanta, con la celebrazione di una messa e l’allestimento di un Albero della Cuccagna al centro della Corte, nello stesso posto in cui, il 14 maggio, si è inteso realizzare la rievocazione del miracolo.
Al contadino, autore di quel ritrovamento, fu attribuita, in segno di gratitudine, la nomina, per così dire “istituzionale”, di Sìndeche de Valzegnene.
La storia di quel quadro, tuttavia, non finì lì perché (non è dato sapere quando) le fiammelle delle candele votive, forse troppo ravvicinate alla cornice dello stesso, provocarono un incendio che distrusse completamente l’effìgie della Madonna.
Concluso questo primo momento, non sarebbe azzardato, afferma il prof. Macina, attribuire un ruolo più significativo al culto della Madonna di Balsignano, che esprime un culto verso la Madre di Dio, nato e sviluppatosi nel nostro territorio in seguito ad un evento prodigioso, come accadde per la Madonna di Pompei o di Loreto!
La cerimonia, entrando sempre più nel vivo, va avanti, non senza una doverosa precisazione: del quadro distrutto dalle fiamme, non restò alcuna traccia, se non una fotografia casualmente finita, anni dopo, nelle mani del prof. Macina che, nell’ottica di una sua lungimirante progettazione su Balsignano, ha pensato di utilizzare quell’unico documento in suo possesso per creare una riproduzione artistica del volto della Madonna, in occasione della cerimonia di rievocazione del miracolo. Il compito è stato affidato a Daniela Salianl, una giovane e sensibile pittrice, che viene chiamata in causa per la presentazione della sua opera.
E, questo, il momento centrale della cerimonia: Fautrice riferisce di essersi ispirata alla iconografia mariana, soffermandosi sulla tecnica, sui colori utilizzati e, soprattutto, sul significato della postura delle mani della Madonna: la mano sinistra, poggiata sul cuore, esprime il senso più alto del “divino”, la destra, rivolta verso i fedeli, è tesa verso il basso e si rifa al “senso terreno” della vita. Il viso reclinato fa riferimento alle icone bizantine. Riguardo ai colori, Fautrice sostiene che l’azzurro chiaro del vestito e del mantello si riferisce al colore del cielo, mentre la tonalità più intensa dello sfondo indica lo Spirito Santo che veglia su di noi. Infine, le spirali che si intravedono lateralmente, sottintendono le speranze da noi riposte nella misericordia della Vergine. Dopo la cerimonia, il quadro è stato donato alla Parrocchia di S. Agostino.
Il momento successivo ha visto la celebrazione della Messa, officiata da don Luigi Trentadue, con accompagnamento del coro parrocchiale.
È stato questo il momento del massimo raccoglimento fra i presenti: un momento sublime, che raramente si coglie quando si è a stretto contatto con gli altri. Era come se ognuno cogliesse “l’attimo fuggente” per una fuga dal frastuono della città e per un intimo momento di raccoglimento interiore. Un “attimo fuggente”, per riassaporare il gusto del silenzio, della pace e di un insopprimibile senso di libertà.
A determinare queste sensazioni, era l’atmosfera palpabile di uno spazio lontano dalla nostra quotidianità, dominato da un silenzio “voluto e non imposto”, in un luogo ricco di natura, storia e fatica umana, tanto che, nel corso della celebrazione eucaristica, mi è più volte capitato, guardando verso l’alto, di vedere il cielo, in un certo senso “più vicino” alla terra, come se il Divino e l’Umano volessero fondersi in un’unica, nuova dimensione. Una forma di autosuggestione, certo, ma che forse farà meglio comprendere quanto il contatto con la natura ed il silenzio elevi l’animo umano!
La cerimonia prosegue con l’intervento conclusivo del prof. Macina, che potrebbe spaziare all’infinito nella storia del Casale, ma i tempi non glielo consentono, per cui si sofferma sulla finalità dell’incontro, tendente a stimolare la memoria di chi, tra i presenti, possedeva, forse, solo un vago ricordo del miracolo ma, soprattutto, farlo conoscere ai giovani, verso cui egli nutre una particolare attenzione e fiducia nelle loro capacità di divulgazione e tutela dell’immenso patrimonio storico che Balsignano racchiude. Parte, quindi, dall’origine del Casale, definito “un insieme di terre coltivate ed incolte”, ubicate su “una pittoresca prominenza” a tre chilometri circa da Mo- dugno, sulla strada verso Bitritto. Spiega, poi, il significato del termine Casale, inteso come agglomerato di case abitate, nel passato, da poche famiglie di indigeni ma, anche, da piccoli gruppi di popolazioni costrette ad abbandonare i paesi costieri della Puglia e rifugiarsi nelle sue zone interne per sottrarsi alle violente scorrerie dei pirati Saraceni. Continuando, parla, anche, di gruppi di popolazioni provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico, come testimonianza di remote, prime forme di immigrazione da terre lontane.
Sull’origine del nome sussistono diverse interpretazioni tra cui una delle più probabili si riferisce al nome di un ricco proprietario terriero, di nome Basilio, da cui derivò la denominazione dell’antico Casale, divenuto, successivamente, un borgo, come risulta da un’antica pergamena dell’anno 962, custodita nell’archivio della Basilica di San Nicola di Bari.
Purtroppo, le incursioni saracene si spinsero, in seguito, anche nelle zone interne della Puglia ed il borgo di Balsignano, come altri sparsi intorno alla Terra di Bari, fu più volte saccheggiato. Ma la laboriosità dei contadini permise di reimpiantare campi e coltivazioni e di ricostruire chiese e case. L’unicità di Balsignano consiste nel conservare ancora molte strutture medievali, mentre gli altri casali o sono stati completamente rasi al suolo o si sono trasformati in centri urbani, come è lo stesso caso di Modugno. Balsignano viene considerato un unicum, in quanto detiene il privilegio di possedere ancora un castello, due chiese e una cinta muraria medievali. Ma tutto ciò che è emerso dagli scavi effettuati e dalle relazioni di illustri storici come Giuseppe Ceci, Vito Faenza, Emile Bertaux e scrittori come Umberto Eco, fa ritenere sia “poca cosa” in rapporto ai tesori sicuramente ancora custoditi nel grembo del Casale.

Gli ospiti ascoltavano, osservavano e scrutavano tutto ciò che, ancora, avrebbero desiderato scoprire ed ammirare tra cupole, navate, capitelli ed affreschi, ma il pomeriggio cedeva, ormai lentamente, il passo alle prime ombre della sera e la Corte, appena illuminata dalla calda luce dei pochi fari accesi, lasciava chiaramente intendere che la cerimonia volgeva al termine, ma le iniziative e Ì progetti da intraprendere sono davvero tanti ed il Casale potrà finalmente diventare un patrimonio prezioso e fruibile dall’intera comunità modugnese.

VENERDI 16 DICEMBRE, ORE 19,30, MANIFESTAZIONE DELLA RIVISTA “NUOVI ORIENTAMENTI”

La manifestazione si svolgerà nel salone dell’Oratorio (Via X MARZO) e prevede la presentazione del libro Il Natale nella tradizione popolare e un recital di cultura modugnese, animato da Roberto Petruzzelli e Sandro Cardascio.

L’ingresso è libero.

Qui di seguito il programma.

invito-e-programma-della-manifestazione

 

“Nuovi Orientamenti” e l’inaugurazione di Balsignano

Voglio ringraziare tutti coloro che, in occasione dell’inaugurazione di Balsignano, svoltasi il 26 novembre scorso, hanno voluto ricordare il mio impegno per il recupero del nostro casale medievale sia su Facebook sia, ancora più numerosi, in privato. Ringrazio, in particolare, quanti, non essendo neppure modugnesi, non possono certamente essere tacciati di partigianeria politica; e tra questi, ancora più in particolare, voglio ringraziare il prof. Raffaele Licinio, già ordinario di Storia Medievale all’Università di Bari e direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi, che sin dal 1979 ha voluto collaborare con noi nell’opera di conoscenza e di valorizzazione di  Balsignano e che per ben due volte, nel 2006 e nel 2008, ha voluto inserire il nostro casale medievale all’interno dei programmi di studio delle Giornate Normanno-Sveve, ponendolo così all’attenzione di medievisti giunti da ogni parte d’Italia e d’Europa.

Senza voler peccare di falsa modestia, poiché sono ben consapevole di aver dedicato per quasi 40 anni una buona parte dei miei studi e del mio lavoro al “nostro” casale, voglio dire subito che l’impegno di “Nuovi Orientamenti” è stato un impegno di squadra, avendo coinvolto molti soggetti, ciascuno dotato di competenze, e di compiti, specifici. Da questo punto di vista, posso dire di aver avuto il grande privilegio di coordinare un gruppo di persone generose, impegnate con gratuità e passione su tutto ciò che di volta in volta si andava programmando intorno a quel sito: dalla pulizia materiale degli spazi interni della Chiesa di San Felice e della Chiesa di Santa Maria, per difenderli soprattutto dall’azione corrosiva del guano dei colombi, al taglio meccanico delle erbe spontanee, fino alla estirpazione manuale delle erbacce che crescevano negli interstizi delle pietre; e, su un altro piano, dalla ricerca storica delle fonti di studio al reperimento di storie e leggende ancora presenti nella cultura popolare; dalla cura dei rapporti con le istituzioni scientifiche e politico-amministrative alla organizzazione di convegni ed eventi culturali su questo monumento storico, architettonico ed artistico dotato di un così grande fascino.

Ma, ritornando alla “inaugurazione” di Balsignano, dico subito che le cose sono andate nel modo in cui io mi aspettavo che andassero, prevedendo, cioè, che nessuno di noi sarebbe stato invitato; d’altra parte, per quanto mi riguarda personalmente, anche se fossi stato invitato a dire quattro parole, io non avrei partecipato alla cerimonia a causa della mia attuale condizione esistenziale, ma anche perché non mi sarei trovato a mio agio fra gli autorevoli rappresentanti delle istituzioni modugnesi. Ma non è questa la cosa più importante. Per tutti noi il problema vero, che ci amareggia fortemente, è che nessuno di noi è mai stato interpellato su Balsignano negli ultimi quattro anni, che, salvo la parentesi commissariale, hanno registrato per due volte l’insediamento dello stesso Sindaco. Mai ci è stato chiesto se, impegnati da quasi 40 anni su questo tema, noi di “Nuovi Orientamenti” avessimo una qualche idea intorno alla fruizione e alla gestione del sito restaurato. Eppure, è noto che abbiamo elaborato da tempo le linee essenziali di un progetto inteso a questo scopo; linee essenziali, che hanno avuto giudizi assai lusinghieri dal prof. Cosimo Damiano Fonseca, autorevole medievista e accademico dei Lincei, in una delle “Giornate di studio normanno-sveve” del 2006, svoltasi a Modugno, e dal prof. Franco Cardini, altrettanto autorevole medievista, in occasione delle “Giornate di studio normanno-sveve”, che si tennero nel 2008 a Barletta.

Insomma, oggi che si celebra la felice conclusione di un lungo e faticoso lavoro di studio, di ricerca, di conoscenza, di sensibilizzazione, di progettazione e di restauro di un gioiello del patrimonio storico-artistico del nostro territorio, noi, che ce ne siamo quasi esclusivamente occupati, siamo stati del tutto ignorati e direi addirittura umiliati. Ma, in realtà, non ci importa molto neppure questo. Quello che ci interessa molto, invece, è il rischio che di Balsignano sia espropriata l’intera comunità modugnese, quella che in tutti questi anni ha riconosciuto in quel sito un tratto fondamentale della sua identità storica e culturale, e che intorno ad esso ha prodotto tante iniziative e accumulato tante competenze, arrivando a costruire una rete organizzativa molto ampia, che vedeva impegnate insieme associazioni culturali, istituzioni scolastiche, centri di studio e di ricerca.

Quindi, pur non nascondendo la nostra amarezza, dobbiamo dire che non siamo stupiti per il trattamento che ci è stato riservato, anche perché noi di “Nuovi Orientamenti” siamo abituati ad essere ignorati da quelli del Palazzo. Non è la prima volta, infatti, che fanno finta di non vederci: già in passato siamo stati spesso ignorati dai Sindaci in carica in occasione di particolari ricorrenze storiche della città, per cui l’attuale Amministrazione, in spirito di continuità, non ha fatto altro che perpetuare, legittimamente, un atteggiamento già manifestato da altre Amministrazioni prima di lei. Per questo, nel corso degli anni abbiamo sviluppato un nostro modo di intendere e praticare il rapporto col Palazzo, che in verità ci rende anche più liberi: se una Amministrazione ritiene che quello che noi facciamo possa in qualche modo essere utile alla sua programmazione amministrativa, noi siamo contenti ed onorati dell’attenzione; se, invece, essa ritiene che il nostro contributo non sia per niente utile, o che sia addirittura spiacevole, noi continuiamo ad impegnarci secondo i nostri canoni e, parafrasando Ugo Grozio, il fondatore del giusnaturalismo moderno, continuiamo ad agire “etsi ei non darentur” (come se quelli non esistessero).

Naturalmente, noi continueremo ad occuparci di Balsignano, ed, anzi, colgo l’occasione per dire che col nuovo anno riprenderemo la pubblicazione di “Nuovi Orientamenti” e che dell’antico Casale parleremo anche nell’incontro che terremo presso il salone dell’Oratorio il prossimo 16 dicembre, alle ore 19,30, al quale invitiamo non solo i nostri soci, ma anche tutti i cittadini di Modugno desiderosi di recuperare la storia della nostra comunità.

Raffaele Macina

 

 

La nostra notte di “San Giovanni”

Una festa popolare in un luogo incantevole

Anno XXIX N.128,129 Agosto 2007
Delia Grassi, Rossana Ficcanterri

Da quasi trenta anni a Modugno si pubblica la rivista “Nuovi Orientamenti” e, da allora, il suo direttore Raffaele Macina (Lillino per gli amici) coltivava un sogno: organizzare, tra le altre cose, la “Notte di San Giovanni” nel Casale di Balsignano.
Era gennaio quando, quasi per caso, ci ritrovammo a parlarne. Il suo entusiasmo era immutato ma, ancora una volta, la sfiducia stava prendendo il sopravvento, pensando che sarebbe rimasto da solo a coltivare la sua idea. Ci confrontammo, e la nostra determinazione a realizzare questo progetto lo convinse.
Tra i nostri obiettivi c’era quello di far conoscere ai Modugnesi, e non solo, una realtà storica ed architettonica considerata tra le più importanti dell’Italia meridionale; e quale occasione migliore, quindi, se non una festa popolare? A molti è capitato, girando per l’Italia, di visitare siti archeologici, castelli, masserie fortificate che, in altre parti, vengono valorizzati e fruiti; perché quindi non farlo anche qui da noi? Stava così nascendo il piccolo gruppo che avrebbe provato a realizzare questa idea.
Ci siamo rese conto fin dall’inizio che non sarebbe stata un’impresa facile, anche perché si trattava della nostra prima esperienza, ma questa consapevolezza, anziché scoraggiarci, ci ha ulteriormente stimolate. Non sono mancati tuttavia momenti di ansia e di perplessità; più volte ci siamo chieste; Ce la faremo? E se la gente non venisse? E poi, c’è anche in contemporanea il concerto di Mietta…
I primi contatti li abbiamo presi con l’Assessore alla Cultura Michele Trentadue e, avuto il benestare del Comune, ci siamo attivate, sempre sotto la supervisione di Lillino. Sono iniziate le prime telefonate, gli incontri, la ricerca di notizie storiche e gastronomiche, nel pieno rispetto del luogo che avrebbe ospitato questo evento: volevamo che fosse una festa medievale. Abbiamo allora pensato di preparare una legumata servita in pagnotte, di utilizzare bicchieri di terracotta e stoviglie di legno, di illuminare il castello, la chiesa di S. Felice e il viale d’accesso con fiaccole e torce, senza far mancare, naturalmente, il vino e …le chelumme. Ci sono voluti molti giorni di serio impegno, che però ci hanno anche stimolate e divertite, fino alla mattina del 23, quando tutto era pronto …o quasi.
E poi, è arrivata la sera, con l’ansia e la frenesia degli ultimi ritocchi. Ma intanto cominciavano ad arrivare le prime persone, quasi incredule e incantate dalla suggestione delle fiaccole tremolanti e delle luci che illuminavano le mura del castello. A quel punto, è iniziata la festa, e tutto il luogo ha preso vita e colore tra musiche, canti, balli, costumi e …fumo di arrosto e profumo di legumi.
Grande merito per il supporto organizzativo e scenografico va dato al gruppo “Historia” guidato da Stefano Latorre che, con i suoi accampamenti, i mercatini, le armature, le pietanze medievali, e soprattutto con la rievocazione storica della cerimonia di investitura di un cavaliere e del combattimento tra soldati cristiani e saraceni, ha reso ancora più suggestiva l’atmosfera della serata. Anche la musica del gruppo “Omphalos” è stata coinvolgente, così come le danze della conturbante Betty Lusito. Altro evento importante è stato il recital di poesie ispirate a Balsignano del poeta e scrittore Vito Ventrella. A divertire i bambini, poi. ci hanno pensato Giolillo, Sobbrillo e Fusilla, i giocolieri di strada che li hanno coinvolti in giochi e scherzi divertenti.
Ma la sorpresa più grande, e la più commovente, è stata la presenza e la partecipazione di tanta, tanta gente, che ha mostrato non solo di apprezzare l’iniziativa, ma anche di coglierne il senso storico e culturale.
Certo, non è mancato qualche inconveniente, o qualche difetto organizzativo, ma la nostra soddisfazione e la nostra gioia sono state grandi, anche per la consapevolezza di aver saputo cogliere nei Modugnesi una diffusa esigenza di nuove forme di divertimento e di partecipazione.
Grazie di cuore a tutti: al Sindaco, all’Amministrazione Comunale, ai Vigili Urbani, a Vito Liberio della “Masseria del Barone”, che ci ha fornito (gratis) i tavoli, i fornelli, le pentole e i legumi, ed anche alle persone a noi più vicine che ci hanno sostenuto: generi, figli, mariti e compagni. Ma grazie soprattutto a Raffaele Macina, che ha avuto fiducia in noi e che ci ha dato questa opportunità di metterci alla prova. La mattina seguente, sul nostro cellulare è arrivato un messaggio: “Dopo ieri sera, niente sarà più come prima a Balsignano. Grazie. Lillino” (da Balsignano).

E BALSIGNANO CI HA DATO LA SENSAZIONE DI TROVARCI NELLA STORIA
Bolzano, 10 luglio 2007

Sono parecchi anni ormai che le nostre vacanze estive le passiamo in Puglia, terra ricca di storia e di bellezze naturali. Durante i nostri soggiorni, mia moglie organizza sempre alcune giornate dedicate a visite culturali, e quest’anno, tra le altre mete, c’era anche Balsignano.
Siamo arrivati sul posto verso le 10.30 del 23 giugno. Trovammo il cancello aperto ed alcune persone che stavano lavorando per preparare, ci fu detto, la festa di San Giovanni. 11 sito era ufficialmente chiuso ma, non appena seppero che venivamo da Bolzano, un signore ci fece entrare e ci presentò il prof. Raffaele Macina il quale, con grande cortesia, ci accompagnò in una visita guidata del casale. È stata una bella esperienza. La chiesa di San Felice, le mura possenti del casale, i resti del castello ed il luogo in generale, ci hanno trasmesso la sensazione di trovarci nella storia. È bello sapere che ci sono persone che dedicano il loro tempo alla valorizzazione di ciò che dai secoli scorsi è arrivato fino a noi, ed è auspicabile che nulla vada più perduto e che a ciò che è rimasto sia dato il giusto risalto. Un grazie ancora per la gentilezza che ci è stata riservata e per quello che abbiamo potuto vedere e capire di Balsignano e del suo casale.
Unica nota stonata è non aver potuto partecipare alla festa di San Giovanni. Peccato! Ma l’anno prossimo…
Cordiali saluti a tutti, e, speriamo, a presto.

Manuela, Gabriele ed Enzo Bedin

Quando Dario Fo venne a Modugno

Modugno 26 gennaio 2004, Galleria “Le Volte”, “Dario Fo – Disegni su carta”.

Il caso ha voluto che per un certo tempo abbia avuto un rapporto personale col “maestro” Dario Fo. Siamo al 26 gennaio 2004, quando su iniziativa di Rossana Andreola, prematuramente scomparsa, l’Amministrazione Comunale di Modugno organizzò nella “Galleria Le Volte” la mostra “Dario Fo – Disegni su carta”, che restò aperta sino all’8 febbraio 2004. Dopo l’inaugurazione della mostra, andai via, ma, giunto in Piazza Sedile, fui chiamato da Nicola Scelsi, che con altri amministratori e cittadini vari era lì con Dario Fo davanti al sagrato della Chiesa del Purgatorio; presentandomi al “maestro, esclamò: “Ecco, la persona giusta!”. “Professore, – disse Dario Fo – le sarei grato se potesse ricercarmi alcune notizie sulla prostituzione femminile a Firenze e Venezia fra Cinquecento e Seicento. Sa, io qui non posso disporre dei miei libri ed ho un impegno sull’argomento fra qualche settimana”. Restai impietrito:”Come, io dovrei dare delle notizie storiche ad un Premio Nobel? E per giunta su un argomento così complicato, del quale, peraltro, non so proprio nulla”; balbettai un “non so se ce la farò!”. Ma il “maestro”, che certamente aveva colto la mia reazione di timore, anzi di vera e propria paura, nonché di meraviglia per il tipo di argomento propostomi, mi disse: “Fra tre giorni sarò al Teatro Team. Io l’aspetto un’ora prima dello spettacolo, al quale lei sarà mio ospite insieme a sua moglie”.
Ritornai a casa e subito incominciai a ricercare fra i miei libri, che non sono pochi, ma sulle prostitute fiorentine e veneziane non avevo proprio nulla; solo in qualche saggio di storia riuscii a trovare qualche generico riferimento sulla prostituzione in Europa e in Italia.
Incominciai a nutrire dubbi sulla possibilità di poter scrivere qualcosa sull’argomento e pensai seriamente di telefonare al maestro comunicandogli di non poter affrontare l’argomento. Un’amica, però, mi riprese: “Come, Lillino, tu vuoi dire di no ad un Premio Nobel?”. Questo rimbrotto ampliò ancora di più i sensi di colpa che già avvertivo per la non adesione ad una richiesta di un Nobel, diventato tale con una nobile motivazione: “Dileggia il potere, restituendo dignità agli oppressi”.
Il giorno successivo, subito dopo le mie ore di lezione, ero nella Biblioteca Nazionale di Bari e, grazie alla collaborazione di una mia amica, che lì lavora, portai a casa diversi volumi che studiai ininterrottamente. Mi si aprì tutto un mondo a me sconosciuto: non sapevo che la prostituzione era allora così diffusa, tanto da essere regolamentata nei minimi particolari. E si prostituivano temporaneamente soprattutto le donne del popolo per miseria, necessità o addirittura per farsi la dote, requisito necessari in quel tempo per maritarsi. Ricordo di aver trovato un dato che mi colpì: mediamente in molte città il 20% della popolazione femminile esercitava stabilmente o temporaneamente la prostituzione.
E finalmente, dopo uno studio continuo e ininterrotto di tre giorni, riuscii a mettere su una lunga relazione. Stanco, ma molto contento, all’ora e al giorno prefissati ero lì con mia moglie davanti al grande cancello del Teatro Team. Si avvicinò un usciere che, piuttosto infastidito, ci disse che ci voleva del tempo perché si potesse entrare; il suo volto, però, volse al sorriso non appena dissi che avevo un appuntamento con Dario Fo.
“Il suo nome?”, mi chiese. E accertatosi che nome e cognome da me pronunciati coincidessero con quelli che erano scritti su un bigliettino, che tirò fuori da un taschino della sua divisa, ci accompagnò dietro le quinte del teatro con molta premura e con infinita gentilezza. Suonò un campanello e sene andò, non prima di averci detto che sarebbe arrivato subito qualcuno.
Dalla fine di un lungo corridoio, poco illuminato, scorgemmo una donna che veniva verso di noi. Aveva un’andatura molto dimessa ed era vestita in modo assai modesto: “Prego – ci disse – seguitemi”; e, rivolgendosi a me, aggiunse: “Il maestro l’aspetta”. La voce della donna, dal timbro inconfondibile, rivelò la persona: era Franca Rame. Mia moglie ed io ci guardammo meravigliati: non capita tutti i giorni imbattersi in Franca Rame, che per giunta, in veste di semplice usciere, ci conduceva al camerino di suo marito.
Entrammo nel piccolo e spoglio camerino di Dario Fo: di fronte alla porta c’era un tavolino con una sedia, la cui spalliera era interamente ricoperta da una maglia di lana, simile a quelle utilizzate da mio padre, che mia madre subito gli porgeva come cambio quando egli ritornava dal lavoro o dalla campagna; appesi agli attaccapanni diversi vestiti di scena. Il maestro, con gli occhi chiusi, era seduto su una sedia a sdraio, posta a destra della porta: sembrava stanco e sembrava che riposasse. Non ci fu bisogno che Franca Rame gli dicesse qualcosa, perché egli subito si alzò e ci salutò: “Buonasera professore, buonasera signora, sono contento che siate venuti. Spero che lo spettacolo vi metta di buon umore!”:
Io tirai fuori da una cartella i fogli della relazione sulla prostituzione e lui diede subito quello che comunemente chiamiamo uno sguardo d’insieme. Ma non fu un semplice sguardo d’insieme, poiché a me sembrò che i suoi occhi, ora subito vivi, cogliessero con immediatezza il senso e la struttura dell’intera relazione. Dopo una breve chiacchierata sul mio lavoro di docente di storia e filosofia e sulla realtà della scuola qui a Bari, il maestro mi disse: “Grazie molto, professore, la studierò dopo lo spettacolo. Ora accomodatevi, vi sono due posti per voi”. Suonò un campanello ed arrivò l’usciere del cancello che ci portò ai nostri due posti: si trattava di due poltrone in prima fila!
Iniziò lo spettacolo e quell’uomo che poco prima sembrava stanco e assonnato su una sdraio, ora si muoveva sul palco con leggerezza e guizzi veramente sorprendenti, da grande maestro.
Alla fine dello spettacolo, mentre ci ponevamo il problema se dovessimo andare a salutarlo, mi sentii chiamare più volte: “Professore, professore…”. Era Dario Fo che veniva verso di me, facendosi strada fra la folla di persone che si accingeva a guadagnare l’uscita. Ci chiese se lo spettacolo ci fosse piaciuto e parlammo un po’. Ricordo che, fra l’altro, gli dissi che nel 1970, quando – diciamo così – non era ben visto da una parte consistente della popolazione italiana e soprattutto dal potere, avevo assistito al suo “Mistero buffo” che egli diede per più giorni al “Petruzzelli”; aggiunsi anche che conservo ancora il libretto e il disco in vinile di quello spettacolo, le cui repliche poi negli anni di gloria sono state di numero infinito.
Dario Fo mi chiese poi con molta discrezione e quasi con timore se potessi preparare una seconda relazione su Caravaggio, scusandosi di approfittare della mia disponibilità, cosa che feci, inviandogliela poi per e-mail ad un albergo di Napoli. Dopo qualche ora mi telefonò, promettendomi che mi avrebbe inviato un suo disegno. Qualche settimana successiva, mi telefonò l’amico Serafino (Corriero) informandomi che in televisione c’era Dario Fo che parlava di Caravaggio, utilizzando anche notizie presenti nella mia relazione.
L’incontro con Dario Fo mi ha dato molte sollecitazioni culturali e morali: a parte alcune lezioni che tenni ai miei studenti sulla bellezza e la profondità del teatro, ho capito ancora di più quanto sia importante occuparsi degli “oppressi” per restituire ad essi quella dignità di persone che, purtroppo, la società, il potere e spesso anche noi stessi di fatto non riconosciamo.
E le prostitute e Caravaggio, con le tante sue disavventure, caspita se non rientrano in quella umanità sofferente degli oppressi, che attendono da sempre la loro liberazione.

Raffaele Macina

Vogliono metterci la museruola ai cervelli (Dario Fo)

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