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Il governo di Napoli impone all’Università di Modugno di intestare tutte le sue entrate ad una sola persona
Dopo il riscatto della città dalla condizione feudale [dal 12 novembre 1581 al 4 novembre 1582] era stata infatti feudo del marchese Ansaldo Grimaldi che l’aveva acquistata per 40.000 ducati, il governo di Napoli impose all’Università di Modugno di intestare tutte le sue entrate ad una sola persona. Il provvedimento si rendeva necessario per ovviare alla perdita delle tasse che il governo centrale riscuoteva dai feudatari, l’intestazione di tutte le rendite ad una sola persona diveniva un «finto barone», faceva sì che nulla andasse perduto. Così tutte le entrate della città vengono intestate a tale Andrea Novo di Modugno, il quale, però, cedeva all’Università di Modugno quanto gli era stato intestato.
Il ricordo di don Giacinto attraverso due interessanti contributi: uno di Rosa Petruzzelli, “Ricordando don Giacinto” e l’altro della prof.ssa Cosima Cuppone, “Buon giorno parroco” entrambi pubblicati dalla rivista “Nuovi Orientamenti” (Anno XXXIV n. 152, Ottobre 2012).
“Ricordando don Giacinto” – Era bello la mattina incontrarlo dopo la Messa
Questa estate un po’ bizzarra ci ha portato via due persone indimenticabili: Fulvia e don Giacinto. Due persone che hanno voluto condividere insieme gli ultimi momenti della loro vita.
Io ho sempre conosciuto don Giacinto, ma non ho mai avuto il coraggio di parlargli e di chiedergli consigli, se non in un momento particolare della mia vita. Ricordo che fu proprio Fulvia, che da sempre conosceva i segreti miei più cari, a propormi di incontrarlo: è stato allora che ho scoperto don Giacinto come persona diversa da come sembrava, semplice e paterna.
Io sono stata sempre religiosa e legata agli insegnamenti democratici del Vangelo e spesso ne ho fatto tesoro anche nella mia professione di docente.
Ricordo un giorno in cui l’ho incontrato: si parlava della bellezza della Pentecoste di Manzoni e di quanto fosse difficile conciliare le diverse religioni; le scuole, ormai, sono diventate multietniche e si deve trovare l’armonia per poter accettare senza astio i diversi sentimenti religiosi. Don Giacinto è stato grande nel consigliarmi con tanta semplicità quello che dovevo fare.
Come erano belli i nostri incontri al mattino, fatti a volte di sguardi e di semplici saluti: erano per me una carica per tutta la giornata.
Diciamo la verità, don Giacinto negli ultimi tempi era molto cambiato e lo avevano notato tutti: sempre dopo la sua celebrazione eucaristica a parlare del più e del meno e magari a condividere un caffè con gli altri come se fosse uno di noi. Sì, uno di noi: io ricordo la sua presenza prima austera, quando di lui si diceva “Don Giacinto non vuole questo, non vuole quest’altro”. Invece aveva ragione; voleva essere per noi un padre che non solo con il sorriso deve dare degli insegnamenti, ma con la forza necessaria ed incisiva.
Era una felicità incontrarlo e discutere della quotidianità o magari di cose più importanti; spesso mi sono ritrovata a dirgli; “Devo venire a confessarmi”; e lui mi rispondeva candidamente: “Efinghe e mo ‘ cete ame fatte?’ (E fino ad ora che cosa abbiamo fatto?).. Io speravo che me lo dicesse perché la confessione non deve dividere con una grata, ma deve essere una apertura di cuori da ambo le parti.
In uno degli ultimi incontri mi ha rimproverata con un sorriso, perché non mi vedeva alla sua celebrazione delle ore 11,30; e io gli ho risposto: “Devo preparare il pranzo domenicale per i figli e i nipotini”. E anche in quel momento mi ha donato un grande insegnamento dicendomi: “La prossema volde fa dù maccarune scaldate” (La prossima volta fai due maccheroni scaldati). Ora considerando questa sua frase nel dialetto dei nostri padri, non posso non ammettere che aveva ragione, perché non è la forma a cui tanto teniamo che conta, ma il contenuto.
Ciao, don Giacinto.
Rosa Petruzzelli
“Buon giorno” parroco
Come è difficile dare forma, trovare le parole per esprimere nel linguaggio dei vivi quell’abisso dell’anima che forse solo il silenzio può cogliere ed evocare; tutte le parole sembrano inadatte, quasi profanatone, perché nessuna di esse si addice alla dimensione del silenzio che avvolge la persona che non è più fra noi.
Questa era l’atmosfera delle domeniche di agosto successive a quella in cui don Giacinto ci ha lasciati: un senso di vuoto, la percezione di smarrimento, di incredulità che pervadeva la chiesa dove tutto rimandava alla dolorosa presenza della sua assenza; diversa la messa rispetto agli ultimi mesi in cui, lui malato, ma vivo, noi lo sapevamo fra noi e mai abbandonavamo la speranza di rivederlo, a celebrare.
E pure, a riprendere coscienza della reale situazione, a ripensare a quello che lui ha rappresentato per tanti di noi, a fare veramente silenzio intorno a noi, forse si può cogliere la risonanza della sua parola, del suo messaggio sacerdotale: ritorna alla mente quel suo richiamo a cogliere l’essenziale, a rifiutare quanto di superstizione, di ritualità, di richiamo vuoto ad una tradizione permane ancora in tante forme di religiosità.
Immancabile, nell’esercizio della sua funzione sacerdotale, l’invito a coltivare le nostre migliori facoltà: l’intelligenza, la ragione, la capacità del discernimento, di scegliere, di perseverare nella ricerca, con il riferimento privilegiato alla dimensione della interiorità.
Viva l’attenzione alle encicliche sociali della Chiesa che lo sospingeva ad un impegno caritativo discreto, rispettoso della dignità della persona bisognosa d’aiuto, e l’invito a tutti e in special modo ai giovani di dare il loro contributo nella vita civile, sociale e politica. Non mancava spesso di ripetere un pensiero di don Milani, a lui molto caro (“Occorre fare strada ai poveri senza farsi strada”), accanto a quello “I care” (Mi sta a cuore), per invogliare tutti a farsi carico dei problemi dell’altro.
Amava spesso richiamare quello che forse era il suo santo preferito, S. Agostino, con quel monito che risuona come un imperativo: “Noli foras exire, in interiore homine habitat ventai’ (Non uscire al di fuori di te, nell’interiorità dell’uomo abita la verità). E come non pensare a Socrate, al suo “Conosci te stesso”, alla migliore definizione della condizione umana che sa di non sapere e con pazienza, umiltà, persevera nella ricerca, che sia ricerca di Dio, o di giustizia, o di verità o di senso?
Il suo desiderio intellettuale e mistico di Dio lo rendeva particolarmente sollecito in alcuni momenti della formazione cristiana: lo ricordo parlare dei bambini che dovevano fare la prima comunione, del candore con cui dovevano ricevere Gesù, (lo stesso candore che, sfinito dalla sofferenza fisica, ma non fiaccato nelle capacità mentali, gli faceva dire, guardando il crocifisso della sua stanza di ospedale: “Durante il giorno parlo solo con lui”.
Quel suo desiderio di Dio cercava di trasfonderlo nei parrocchiani nelle varie situazioni del suo ministero sacerdotale (omelie, confessioni, incontri di catechesi), o quando, in occasione delle festività liturgiche, soleva affidare loro dei pensieri tramite semplici foglietti: ricordo, in particolare, quel foglietto verde che invitava ad “andare oltre”, che non voleva solo significare un aprirsi all’infinito, ma anche un non limitarsi alle vicende dolorose o liete del vivere quotidiano, per intravedere ciò che vi è al di là dell’orizzonte.
Anche qui i riferimenti ai classici non mancano. Penso a quel bellissimo sonetto di Giacomo Leopardi, l’Infinito, dove una siepe, che “esclude il guardo dall’ultimo orizzonte”, non gli impedisce però “di fingere nel pensiero interminati spazi e sovrumani silenzi e profondissima quiete”; penso a Eugenio Montale, alla sua volontà di “vivere con dignità, perché “tutte le immagini portano scritto: più in là”.
Un altro suo pensiero recitava: “Un giorno la paura bussò, andò ad aprire la fede”.
Caro don Giacinto, ora si tratta, raccolta ognuno la sua porzione di fede, di superare la tristezza che la tua dipartita ci ha lasciato, di riascoltare i messaggi che ognuno di noi custodisce dentro di sé, di non disperdere i principi fondamentali del tuo magistero e del tuo impegno pastorale. Facendo tesoro di quanto, in modo essenziale e con altrettanto rigore morale, raccomandavi ad ognuno per crescere come persona responsabile, prima che come cristiano.
E sempre ricorderemo la tua forte-fragile voce con cui intonavi, nel mese di maggio, le più belle canzoni alla Vergine: “E l’ora che pia”, “Mira il tuo popolo”, “Dell’aurora tu sorgi più bella”.
Alla messa mattutina delle 7,30.
“Buon giorno”, Parroco.
Cosima Cuppone
Il dodici agosto di dodici anni fa ci lasciava don Giacinto Ardito. Per venerdì prossimo, 12 agosto 2022, la parrocchia “S. Agostino” lo ricorda con due momenti di preghiera, come indicati dalla locandina. Don Giacinto ha collaborato negli anni con la nostra rivista. Si riporta in calce l’intervista che la prof.ssa Cosima Cuppone gli fece a gennaio del 1989, poi pubblicata nel n. 1/2 di “Nuovi Orientamenti” dello stesso anno. L’intervista è particolarmente interessante, perché don Giacinto si sofferma sul suo magistero di parroco, esprimendo principi e considerazioni, che conservano ancora oggi tutta la loro attualità. Naturalmente, i due momenti di preghiera, come indicati dalla locandina della parrocchia, sono aperti a tutti coloro che volessero partecipare.
(R.M.)Anno XI N.1,2 Gennaio, Aprile 1989
Cosima Cuppone
Il pianeta “parrocchia” nella società attuale
La parrocchia è oggi una realtà profondamente diversa dal passato. Appaiono lontani tempi in cui si assisteva quasi ad un naturale passaggio di molti giovani dalla «militanza cattolica» alla «militanza di in un partito di sinistra», particolarmente nel partito comunista. Nuova spiritualità, volontariato, incontri culturali, apertura al sociale e organizzazione del tempo libero spesso costituiscono oggi il terreno privilegiato dell’azione di una parrocchia, che così concretizza la “rivoluzione” del Concilio Vaticano II, delineata sin dagli anni Sessanta. Questa inchiesta, che ci permette di entrare nel vivo di una parrocchia, quella di Sant’Agostino, può forse offrire un quadro aggiornato del ruolo che la Chiesa esercita oggi in uno specifico territorio.
L’idea di compiere questa indagine è nata da una constatazione: l’attuale società offre a tutti — giovani e non — limitate o quasi nulle occasioni ed opportunità di incontro, di dialogo, di discussione. La crisi di tradizionali forme e movimenti di associazione, da quelle culturali o del tempo libero a quelle partitiche, è sotto gli occhi di tutti e di essa si è già fin troppo parlato perché anche in questa occasione si consumi altro tempo e inchiostro. La Chiesa appare, oggi, una delle poche istituzioni, se non l’unica, ancora in grado di offrire momenti e situazioni di incontro e di aggregazione, specie giovanili, che sollecitano la partecipazione e stimolano il contributo di cui l’individuo è capace, in vista di un inserimento responsabile nella vita di relazione. Una conferma in tal senso ci viene da Modugno, dove tutte le parrocchie manifestano per lo più una intensa vitalità.
La continuity magistero di due parroci
È facile, ad esempio, imbattersi il pomeriggio, la sera, o la domenica mattina in animati gruppi di giovani, bambini, ragazzi ed adulti, che si trattengono sul marciapiede di via Piave antistante alla Chiesa S. Agostino, oppure occupano (non c’è quasi mai traffico di automobili o altri autoveicoli) la stradella via Montepertica. Sono ragazzi e adulti in attesa di una riunione di catechesi, o che hanno da poco finito di partecipare ad una celebrazione eucaristica, o che semplicemente si son trovati lì per consumare un po’ di tempo o per assistere ad una proiezione cinematografica; insomma, viene da pensare alla parrocchia come ad un efficiente centro di aggregazione. Da qui l’interesse a conoscere meglio la vita e l’organizzazione di una parrocchia come quella di S. Agostino per comprendere le ragioni che permettono alla Chiesa di essere oggi più presente e più vitale in un territorio. Ebbene, parroco di «S. Agostino» è don Giacinto Ardito, con il quale è quanto mai opportuno avviare il discorso. L’appuntamento è per le 17 di un pomeriggio di gennaio: «Mi raccomando — aveva premurosamente esortato don Giacinto — non più tardi perché alle 18 ha inizio il catechismo». Non ci vuol molto per verificare la fondatezza della sua raccomandazione: risulta davvero difficile rimanere a parlare tranquilli, sia pure per una buona mezz’ora, perché continuamente qualcuno bussa alla porta e chiede di parlare con lui. Don Giacinto è succeduto a don Biagio Trentadue nella guida della parrocchia e la successione è avvenuta nel silenzio, senza annunci o festeggiamenti. Ed è questo aspetto, di discrezione e di voglia di essenzialità, che a me pare il tratto più qualificante dell’attività di don Giacinto, la cui cultura, il rigore morale, il coraggio intellettuale ho avuto occasione di apprezzare in varie situazioni.
E mi viene naturale stabilire una continuità di magistero fra questi due parroci, in particolare penso agli incontri con i genitori animati da don Biagio. Una espressione di don Biagio allora mi colpì: «È opportuno — egli disse a noi genitori — che i catechisti siano gli stessi genitori». A distanza di alcuni anni mi sembra che, come si dirà dopo, il desiderio di don Biagio sia divenuto oggi realtà grazie a don Giacinto.
La parrocchia il suo territorio, la sua popolazione
Il discorso parte subito con l’analisi della dimensione territoriale della parrocchia e in particolare col riferimento al nuovo Codice di Diritto Canonico che, esprimendo i nuovi principi del Concilio Vaticano II, all’art. 518 così recita: «Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda tutti i fedeli di un determinato territorio».
Alla luce di tale affermazione, chiedo a don Giacinto quale sia la consistenza numerica e la composizione sociale della popolazione che ricade nell’ambito della parrocchia, quanta parte di essa frequenti le funzioni religiose e quanti siano invece i soggetti impegnati con assiduità nelle diverse attività della «Sant’Agostino».
Le persone facenti parte della parrocchia sono circa 10.000. Di queste circa 1.000 frequentano la parrocchia, intendendo per frequenza la sola partecipazione alla messa festiva. Tutte, invece, richiedono i Sacramenti. Tra i 1.000 frequentanti, circa 200 sono presenti nella parrocchia con un ruolo, un impegno, un lavoro. Di questi un numero superiore a 100 è costituito da giovani (dai 15 ai 20 anni), il resto da adulti (dai 30 ai 60 anni). Non si considerano impegnate le circa 800 unità costituite da bambini e ragazzi di scuola elementare e media che frequentano il catechismo. Quanto a composizione socio-economica la realtà della parrocchia è variegata: vi fa parte, infatti, una fascia del borgo vecchio, di modesta condizione; un gruppo, che rappresenta la componente prevalente, appartenente al ceto medio alto; un gruppo impiegatizio e un gruppo impegnato in nuove professioni che ha nei confronti della religione un atteggiamento «post-industriale».
Mi pare di capire, ascoltando i dati sulle persone impegnate nella parrocchia con un ruolo ed un impegno preciso, che da questa fascia sono esclusi gli anziani. Come mai questa scelta che per certi aspetti potrebbe costituire un limite?
In realtà, gli anziani non sono esclusi, ma, di fatto, non si sentono particolarmente motivati a certi impegni, e questo non mi sembra un limite, in quanto ben sappiamo quanto gli anziani preferiscano la frequenza a pratiche devozionali e di culto ai momenti di Catechesi oppure ad altre forme di religiosità. Più che di un limite, si tratta di una scelta.
Con una popolazione così diversa per religiosità e varia per età, come si fa a rendere omogeneo l’intervento della Chiesa?
In verità, la difficoltà è notevole e deriva dal fatto che molti riducono il fatto religioso al momento dei Sacramenti. La religiosità va oltre i Sacramenti, essa deve tradursi in un certo stile di vita, perciò il mio tentativo è di filtrare la richiesta religiosa di sempre riferendomi al discorso Conciliare e ai concetti di una reale vita cristiana da concretizzarsi nel quotidiano.
Culto, religiosità utilitaristica e nuova spiritualità
Il suo discorso incontra resistenze?
Incontra reazioni positive e negative. Quelle positive le registro alla messa domenicale delle 11,30 che vede la partecipazione dei giovani e, in genere, del ceto impiegatizio o di quello da me definito «di religiosità post-industriale». Le reazioni negative, invece, sono determinate dalla difficoltà nell’aderire ad un discorso nuovo che fa perno sulla interiorità e su una religiosità più autentica. È chiaro, ad ogni modo, che il discorso locale non può non rimandare ad un contesto socio-culturale di ordine mondiale, per cui le cause di una mentalità poco religiosa sono di natura generale e si collegano a visioni consumistiche e nichiliste della realtà, di cui sono portatrici tante ideologie.
Se si confrontano fra di loro i 10.000 potenziali parrocchiani, /1.000 frequentanti e i 200 realmente impegnati, mi sembra di poter dire che c’è una evidente sproporzione fra questi tre dati. Eppure la parrocchia è nata parecchi anni fa. Questo vorrebbe dire che essa non ha cristianizzato abbastanza il territorio?
La sproporzione è un dato reale e la esiguità del rapporto fa riflettere. Io penso che molti sentono la religiosità come il semplice venire a Messa o partecipare a momenti di culto; altri la intendono e la vivono in modo più autentico, cioè come un intimo rapporto culto-vita e questi sono pochi.
Come mai la Chiesa non ha saputo cristianizzare nella direzione dell’impegno, mentre il suo magistero ottiene ampi consensi nella direzione del semplice culto?
Noi tentiamo di cristianizzare e lo facciamo in vari modi; mediante incontri di Catechesi per adulti che si tengono ogni giovedì in parrocchia, alle 19,30; attraverso incontri di rione che organizziamo in vari momenti dell’anno e attraverso iniziative di volontariato. I limiti però nascono dagli scontri con questa mentalità: quando, ad esempio, qualche famiglia chiede la benedizione della casa, il sacerdote va con piacere e desidererebbe trovare tutto il nucleo familiare per conoscerlo nella sua interezza, invece quasi sempre vi trova solo una persona e quindi quel momento si limita a un semplice fatto devozionale e non diventa occasione di conoscenza umana, indispensabile perché si inizi un discorso religioso più significativo.
La esiguità del rapporto popolazione – frequentanti-impegnati non si può attribuire al fatto che vivere religiosamente è difficile?
Per me ciò è anche dovuto a un certo modo di intendere la religiosità, una religiosità che assume, per molti, un significato ed un valore utilitaristico. È la religiosità di chi considera la preghiera come una continua richiesta, domanda di favori: «Fammi stare bene, fa’ che mia madre guarisca, che mio figlio trovi un posto, che quello chiuda un occhio…». È evidente che tali atteggiamenti hanno poco o nulla di religioso, come pure è facile che una così fragile religiosità venga meno quando una richiesta non venga esaudita. Ad un sacerdote può capitare di sentirsi dire: «Come vuoi che io creda ancora? avevo pregato per mia madre, ma è morta…».
E allora in che consiste una autentica religiosità?
Religiosità è una esigenza religiosa, è un bisogno interiore di spiritualità, è un progressivo maturare di atteggiamenti religiosi; religiosità è passare da una abitudine alla domanda ad un atteggiamento di formazione e di crescita, possibilmente per dare; è ancora passare da un culto utilitaristico ad uno di adorazione. Un teologo protestante, Bonheffer, sostiene che per molti Dio sia semplicemente un «dio tappabuchi», a cui rivolgersi per avere una grazia.
In questa visuale anche il culto per alcuni santi assume un significato di tornaconto personale e sembra rispondere alla logica dell’interesse, per non parlare di una quasi sostituzione di antichi culti pagani; vedi il culto per S. Anna, o per S. Rita, o per S. Antonio. È sintomatico come in un tale tipo di culto non sia mai rientrato un santo come S. Agostino, il quale ci propone una religiosità impregnata di interiorità.
Da quanto tu dici verrebbe quasi di pensare che la società oggi non sia cristianizzata perché prevale la logica dell’interesse e del tornaconto, e non per l’affermazione di ideologie alternative. È così?
Indubbiamente tutto questo contorno sociale è poco cristiano e il messaggio della Chiesa va contro questo tipo di religiosità corrente. Penso che la Chiesa debba condurre la sua battaglia diffondendo con chiarezza il messaggio del Vangelo e dotandosi anche di mezzi di comunicazione sociale. Penso che il Vaticano dovrebbe avere una stazione televisiva il cui obiettivo dovrebbe essere la formazione di atteggiamenti autenticamente religiosi.
E ai giovani voi riuscite ad offrire questa autentica dimensione religiosa?
Il nostro continuo sforzo è che si passi dalla dimensione utilitaristica ad una religiosità nuova, interiorizzata. Per questo noi facciamo leva sulla Parola di Dio, sulla liturgia (una liturgia partecipativa, che stimola la riflessione e sollecita la comunicazione), sulla conoscenza del mondo e la partecipazione alla vita sociale.
Scomunicato Nicola Ferrante
Viene scomunicato Nicola Ferrante «per non aver voluto desistere di tagliare pubblicamente il formaggio di domenica». Questo tipo di scomunica era prevista da precisi decreti ecclesiastici, che vietavano di lavorare o commercializzare durante le festività.
La rubrica "Balsignano" è in corso di allestimento e pertanto potrebbero essere riscontrati errori di trascrizione rispetto alla pubblicazione cartacea del numero di riferimento.
La revisione in corso, supererà questa potenziale criticità operativa.
Grazie
Anno XXVII, n. 119,120
Dicembre 2005
Gianfranco Morisco
Il 12 luglio scorso è stato inaugurato a Modugno il mercato coperto in Via X marzo. Ci sono voluti ben 10 anni di gestazione e tribolazioni per realizzare una struttura che per il momento non sembra incontrare il consenso generale che ci si aspettava. Nel corso della cerimonia di inaugurazione il Sindaco Pino Rana aveva annunciato che “questa soluzione non è la migliore possibile” e che l’amministrazione comunale sarebbe stata molto vicina agli operatori del settore per affrontare ogni genere di problema. L’attuale assessore alle attività produttive, Francesco Raso, aveva a sua volta sottolineato che, anche se un traguardo era stato raggiunto, si apriva una nuova fase per rendere ottimale la funzionalità dell’area commerciale. Ma né l’annuncio del sindaco che nella zona è previsto un incremento di 8/9.000 abitanti, né la musica della banda, né la benedizione impartita da don Giosi Mangialardi hanno suscitato applausi convinti da parte dei commercianti presenti.
Il mercato ortofrutticolo di Modugno, situato in piazza Umberto I da tempo immemorabile (da almeno 60 anni, secondo qualcuno), non poteva più rimanere in quel posto: a ridosso del centro storico, in posizione centrale, creava difficoltà al traffico; mancava di condizioni igieniche adeguate per i prodotti; offriva scarso spazio agli operatori; mancava di un’area parcheggio; esponeva le merci al tetraetile dei gas di scarico delle auto.
Il problema dello spostamento del mercato era stato avvertito dai cittadini e dagli amministratori molto prima del 1995, anno di approvazione del nuovo progetto. La decisione di trasferirlo nell’area del vecchio campo sportivo sembrava una scelta appropriata e condivisa: il campo di calcio non aveva più ragion d’essere in una zona in forte espansione urbanistica, che stava perdendo la sua connotazione di periferia e offriva lo spazio opportuno per un mercato coperto, dotato di tutti i servizi, parcheggio compreso.
L’abitato circostante non avrebbe incontrato problemi urbanistici di alcun genere, né si sarebbero sottratte aree al verde. D’altro canto, nel 2003 un decreto dell’allora Ministro della Sanità, prof. Sirchia, avrebbe stabilito che non si possono tenere mercati all’aperto in spazi pubblici non igienicamente attrezzati.
Tale legge, recepita a livello regionale, avrebbe subito varie proroghe, una delle quali (in seguito però ancora disattesa) avrebbe fissato la data inderogabile al 1° luglio 2005.
Ma fin dal primo momento la decisione di spostare il mercato aveva suscitato il malumore degli operatori commerciali interessati. C’era la concreta possibilità di perdere con la centralità della posizione anche la quantità e la qualità della clientela: gli abitanti di un centro storico tradizionalmente non si identificano con la classe più agiata di una città, e quindi in loro si riscontra la più larga fascia di clientela per un mercato all’aperto che, tradizionalmente, ha prezzi contenuti. Spostarsi in una zona dove sono sorte e stanno sorgendo nuove palazzine acquistate e abitate da cittadini che, con redditi evidentemente più alti, hanno scarso interesse a frequentare il mercato, è senz’altro controproducente per gli esercenti. Inoltre, nulla di più facile che gli abitanti del “direzionale” abbiano ormai acquisito la consuetudine di rifornirsi abitualmente all’Iperco- op di via S. Caterina, senz’altro più comodo da raggiungere rispetto a piazza Umberto I.
Le resistenze degli operatori derivavano anche da un’infelice esperienza risalente a circa 30 anni fa, quando si era pensato di decentrare il mercato spostandone una parte in Piazza Pio XII e un’altra in Via Sorrento. Dopo tre mesi l’esperimento fu dichiarato fallito. Ma dal 12 luglio 2005 bisognava in ogni modo cambiare, in ottemperanza alle leggi dello Stato. Oggi, a quattro mesi dalla inaugurazione, fotografiamo gli aspetti più salienti della vicenda.
Gli operatori, per difendere i loro interessi, hanno preferito rivolgersi in un primo tempo agli avvocati piuttosto che alle organizzazioni di categoria, solo ora si stanno organizzando in un comitato di sette persone guidate da Giuseppe D’Ambrosio, commerciante aderente alla Confersercenti.
E vediamo nel dettaglio quali sono le lamentele dei venditori, che il 20 settembre hanno incrociato le braccia: innanzitutto la scarsa funzionalità della copertura in materiale plastico, in quanto d’estate i raggi del sole, filtrandovi, creano una camera di calore che rovina la merce, mentre quando piove le tettoie non garantiscono una completa protezione dei prodotti e l’acqua bagna le bancarelle; le cassette dell’ENEL sono pericolose perché poggiano al suolo; difficoltà e superlavoro per trasferire la merce dai mezzi di trasporto nell’area parcheggio alle bancarelle; inadeguatezza dei box da adibire a mercato ittico; fastidiosa presenza degli alberelli, che sotto la copertura crescono male e sono invasi da parassiti; necessità di migliorare l’igiene. Le richieste più recenti riguardano la chiusura delle piazzole in forma di box, con muretti e saracinesche a griglia per Fare- azione, in modo da evitare carico e scarico delle merci a inizio e fine lavoro, come è stato imposto da qualche tempo; l’istituzione di un servizio bus-navetta gratuito per le fasce più deboli della popolazione, dai vari quartieri della città all’area mercatale; sistemazione di opportuna segnaletica stradale per facilitare il raggiungimento del mercato. Insomma, afferma il sig. D’Ambrosio, “se si deve cambiare, si deve cambiare in meglio. Noi chiediamo potenziamento e ammodernamento della struttura”.
Da parte sua l’amministrazione comunale ha spostato le cassette dell’ENEL, alzandole dal pavimento; ha consentito il carico/scarico delle merci direttamente sulle piazzole, favorendo l’ingresso degli autoveicoli con l’apertura di un cancello adatto allo scopo; sta provvedendo sia a far verniciare la copertura con vernici speciali che impediscano ai raggi solari di filtrare, sia a migliorare la copertura stessa per evitare i danni della pioggia; ha attrezzato i box per il commercio ittico; ha dato il permesso di far commercio anche agli extracomunitari, purché siano in possesso di regolare licenza; sta provvedendo al trasferimento del mercatino di via Sorrento nella nuova struttura; intende mettere a disposizione l’area per un’apertura serale nell’arco della settimana e per eventuali sagre organizzate dagli operatori stessi; sta progettando la costruzione di altri box e l’ampliamento della struttura, che va completata con servizi igienici e un punto ristoro. Per tutto questo sono stati stanziati 40.000 euro (ma c’è chi dice che sono pochi!).
Altro punto di discordia è la tassa per l’occupazione del suolo: in piazza Umberto I era di circa 50 euro al mese, adesso è triplicata, anche se fino ad ora il Comune ha preferito soprassedere. In merito l’assessore Raso ci tiene a precisare che nei 150 euro mensili sono compresi, oltre alla pulizia, il servizio di guardiania, quando sarà attivato, e la manutenzione. Lo stesso ammette che alcune richieste degli operatori sono giustificate, e ribadisce che da parte dell’amministrazione comunale c’è la massima disponibilità a trattare su tutti i problemi evidenziati. Qualche commerciante riconosce che, dopo i primi tempi veramente duri, adesso ci sono confortanti segnali di ripresa. Ed è proprio da questi punti che bisogna ripartire, con onestà e lealtà.
E i cittadini cosa ne pensano? Ovviamente mugugnano quelli del centro e del centro storico, per i quali “via X Marzo è periferia! e poi, vogliamo mettere la comodità di avere il mercato vicino casa?”. Eppure a piazza Umberto I ci sono due negozi di ortofrutticoli e sono rimasti in attività tutti gli altri esercizi (macellerie, pescherie, panifìci, ecc.). Ma anche gli altri cittadini mugugnano, perché nei supermercati trovano prezzi competitivi, se non più bassi, e possono scegliersi liberamente la merce, toccando la qualità con mano, nella quantità desiderata, senza sentirsi rivolgere rifiuti spesso sgarbati e senza dover accettare a denti stretti arrotondamenti al chilogrammo o all’euro superiore. Ma c’è chi la pensa diversamente e apprezza l’utilità dell’ampio parcheggio, senza avere più la preoccupazione del grattino. Presumibilmente il braccio di ferro fra gli esercenti e la pubblica amministrazione avrà una battuta di arresto nel periodo natalizio: ma dopo si ricomincerà con rinnovata energia, e con la campagna elettorale alle porte sarà una partita tutta da giocare. In realtà, ogni volta che c’è una innovazione c’è chi ne riceve vantaggi e chi ci rimette. È naturale che il danneggiato opponga una spontanea resistenza al nuovo. Col tempo poi le divergenze si appianano. Ma ci sono altre considerazioni da fare. Perché non si è provveduto in fase di progettazione e realizzazione a prevedere tutti gli inconvenienti che ora i commercianti stanno lamentando? Non sarebbe stato molto più facile ispirarsi ad altri mercati coperti già realizzati in maniera funzionale in altre città italiane? Dopo tutto, i compensi di ingegneri e architetti gravano sulla spesa pubblica. E non è nemmeno giusto ora pretendere di far gravare sul Comune, e quindi sul denaro della collettività, tutti gli oneri dell’applicazione della legge! Ma non basta. I mercati all’aperto hanno ancora un futuro? Le società stanno cambiando, le città stanno cambiando. All’origine di queste trasformazioni ci sono motivi di carattere urbanistico e di carattere sociale. Sono in atto processi economici che, pur di procurare grossi profitti, non esitano a stritolare ogni forma di economia locale. La tendenza è quella di accorpare in grandi centri, vere e proprie cittadelle commerciali, tutti i prodotti di cui le famiglie hanno bisogno, cercando di mettere i clienti a proprio agio e allettandoli con prezzi altamente competitivi (le famose “offerte”), che il dettagliante non può applicare, e che spesso fungono da classici “specchietti per le allodole”. Gli interessi economici in gioco sono altissimi, e il proliferare di tanti ipermercati nella nostra area metropolitana ne è la prova. Orientare i mercati a proprio piacimento ormai è diventato abbastanza facile attraverso i media, così come orientare i gusti e le opinioni. Non si capisce come potranno difendersi i piccoli commercianti di fronte allo strapotere delle multinazionali del commercio. La loro sarà una guerra contro i mulini a vento?
Insomma, vien proprio da chiedersi: questo nuovo mercato è un’opportunità o una necessità? Il Sindaco sostiene che è una scommessa!
È stato pubblicato il nuovo numero della rivista «Nuovi Orientamenti». Si coglie l’occasione per invitare, coloro che non l’avessero ancora fatto, a rinnovare la quota annuale per il 2022 che, anche quest’anno, rimane invariata: € 25,00 per quella normale ed € 50,00 per quella sostenitrice (nel qual caso 25 euro saranno considerati come sottoscrizione per il Millennio).
Si può effettuare il rinnovo attraverso il bollettino postale; tramite bonifico bancario utilizzando le seguenti coordinate: BANCO POSTA, intestato a Nuovi Orientamenti, codice IBAN: IT58 U076 0104 0000 0001 6948 705; presso la cartolibreria “La Bottega del libro” (Piazza Sedile, 11), presso il Centro Fotocopie di Francesco Caporusso (Piazza Sedile, 29).
E’ anche possibile contattare un rappresentante di «Nuovi Orientamenti» e fissare un incontro, telefonando ai seguenti numeri: 3284475397 (Raffaele Macina), 3355915842 (Marco Pepe); 3334916861 (Anna Camasta).
Di seguito la copertina del nuovo numero della rivista con l’evidenza del rispettivo sommario.
Buona lettura.
Modugno e la regina Giovanna d’Angiò
L’esercito filo ungherese, che si opponeva alla regina Giovanna d’Angiò, passa da Modugno la cui popolazione aveva lasciato la città rifugiandosi in Bari. Durante quella guerra che insanguinò le contrade di Puglia, i Modugnesi parteggiarono per la regina Giovanna.
U trappite du uégghje russe
Il 24 luglio del 1861 si ricorda che era prevista in una località di Modugno (forse Musciano) una riunione segreta e notturna di esponenti del brigantaggio meridionale che si sviluppò subito dopo l’unità d’Italia. La riunione, però, non si tenne perché l’esercito italiano ne venne a conoscenza dopo aver catturato un corriere che si recava a Bari per informare gli esponenti del movimento di quella città. Una versione popolare, invece, parla di tradimento un uomo, scoperto nel fare doppio gioco che fece una tragica fine in quanto gettato dai briganti nella vasca della molitura, dove finì stritolato dalla macina dell’antico frantoio di usciamo che, da quel momento, fu denominato «u trappite du uégghie russe» (il frantoio dell’olio rosso). «U trappite du uégghie russe« o de Mondepeluse in contrada Musciano, denominata le carte dell’IGM Monteladrone; in realtà si tratta di una «villa» romana tardo imperiale a ridosso della via Minucio-Traiana. Oggi è, come altri beni culturali presenti nella zona industriale, in uno stato di abbandono e la sua conservazione appare seriamente compromessa.




